Scrivere per

Scrivere per: su Il Pantarei (Terrarossa edizioni) di Ezio Sinigaglia.

“Un romanzo, era questo che avevo in mente, scrivere un romanzo. Il primo, tanto per cominciare. Lo avevo deciso fin dall’adolescenza: volevo fare il romanziere”.

Scrivere per scrivere o scrivere per essere scrittore. Questo è il dilemma. Il dilemma madre, per così dire. Che Ezio Sinigaglia ne “Il Pantarèi” (un ottimo meritevole repechage in vita operato dalla piccola coraggiosa Terrarossa edizioni), dalla cui pensosa prefazione d’autore traiamo l’esergo, così risolve: optando per “la seconda che ha detto”.

Sono piacevoli i libri che parlano di scrittori. A volte più dei libri che parlano di libri. Salvo eccezioni. E’ vero sì che persino Borges non piace a molti ma a molti non piacciono neppure i behind the scenes di un libro che ancora non abbiano letto né che sia stato mai scritto. Poi, certo, uno incontra “Chiedi alla polvere” di John Fante e si dice che quella formula dell’autore in campo continuamente alle prese con il suo foglio bianco e altri materiali d’ispirazione – cosa che spesso funziona per la storia di un esordio più che altro – ha un suo perché. Un perché che può financo risultare piacevole, divertito e divertente.

Il caso di Ezio Sinigaglia appartiene al genere a tutti gli effetti anche se con incursioni nella critica letteraria e nella teoria della letteratura. Che lo rendono quel tantino consapevole di quel che fa (e che gli fa, ad esempio, chiamare turning point una separazione dalla moglie del protagonista). Un tantino linguisticamente evidente già da subito. Citazione:

“Tre giri di coda. Terzo girone: malvestiti. Le sue scarpe non erano pulite. Chiazze grigiastre affioravano, si mangiavano il nero. Polverume. Stratificazioni successive. Dal numero degli strati si può dedurre l’età della scarpa: sedimentologia”.

Daniele Stern, il protagonista, disoccupato di talento

“accusato dalla moglie Anna (seminuda sul divano) di insicurezza o, meglio, di viltà di fronte alle scelte, di condurre insomma una vita alla giornata disseminata di rinvii”

è un artista ma non capito o non subito (anche da Anna la moglie, come dice lui, “evasa” che cerca di ritrovare in una casa in cui poi incontrerà Madame Stella, una sorta di alter ego che con gemelli e sosia abbondano tra le pagine) a cui viene commissionato da un editore un saggio per una enciclopedia rivolta al pubblico femminile, una quarantina di pagine da scrivere in cinque giorni, sullo status del romanzo. Ma che tipo è Stern:

“Le sue creazioni non erano fatte per durare. Egli non era che un saltimbanco: inventava futili piroette, svolazzi effimeri, piccoli insulsi fiori di luce, come guizzanti fuochi d’artificio che si accendevano per la gioia di un istante, subito risucchiati dall’oscurità”

Daniele Stern (“il cui nome, noto incidentalmente, significa appunto “stella””), dicevamo, si dibatte tra inessenzialità, precipizi e vortici aiutato dal calco di alcune canoniche letture novecentesche (Joyce, Proust, Kafka, Musil, Svevo, Celine). Evidenti oltre che nel tono anche nella ricerca di uno stile ellittico eppure personale. Ma si tratta di una sorta di sincretismo religioso, che non gli fa buttare via neppure i risultati del grande romanzo ottocentesco, una poligamia il cui contralto è offerto dalla doppia o addirittura plurima sessualità del protagonista tutta finalizzata alla conoscenza di Sé e della libertà dall’Altro (e nell’altro). Esempio:

“Non amo Carmen, né lei mi ama. Torneremo a separarci con la stessa fulminea urgenza che ci ha spinti a conoscerci. Forse domani stesso. Tuttavia non c’è dubbio che ci siamo scambiati regali molto importanti. Il mio, non so esattamente in che cosa consista. Mi piace pensare che lei, in questo momento, cercando il sonno, si stia domandando in che cosa consista il suo”.

Il romanzo è infarcito, per rimanere al dato linguistico, di ablativi assoluti e altre costruzioni impersonali, flussi di coscienza, deliri fantastici pastiche e, a volte, periodare lungo poco punteggiato, persino calligrammi e poesie visuali. Insomma, tutto l’armamentario delle tipica guerra novecentesca al romanzo borghese (e alla poesia idillica) così come spiegata da Debenedetti – che potrebbe in effetti essere propedeutico alla lettura di Sinigaglia (che scrive il libro tra anni Settanta e Ottanta, in piena riflessione Tradizione/Avanguardia – ed è bello riesca adesso in un contesto fortemente scalibrato in cui finisce per sembrare addirittura postumo).

Eppure, sempre senza perdere di vista la leggibilità tipica dell’impianto del romanzo precedente. Forse anche nella scelta multifocale dei narratori: l’oscillare tra sé e sé e la terza persona deve essere derubricata dalla non scelta alla facilità di racconto (barra lettura). Non risparmiando le voci onomatopeiche tipiche del fumetto a rendere tutto ironico e l’eccetera eccetera a trasformare tutto in colloquiale tagliando corto. Insomma, sembra dirci: il 900 non ha ucciso l’800. E: c’è sempre una sintesi possibile.

Ma, uscendo dall’analisi puntuale del libro di Sinigaglia, che merita la lettura, dobbiamo concludere il discorso iniziale (vogliamo chiamarla LA MORALE?): quando si scrive per se stessi si rischia l’ombelico e l’inutilità ma quando si scrive per gli altri il rischio può facilmente essere quello speculare della trascurabilità. Scrivere per scrivere, insomma, può condurre in un due territori farraginosi. Scrivere per essere scrittori è di certo una strada più ascensionale (nel caso di Sinigaglia lo scrivere per dimostrare la non-morte del romanzo lo è in ogni caso) e questo può analogamente portare a dei punti morti ma l’alta aspirazione aiuta a non finire fuori strada.

Certo ci si può perdere – e chi legge si può perdere dietro a chi scrive (nel caso di Stern a volte capita, sì, ma con piacere) – ma talvolta in letteratura è anche piacevole trovarsi dove non si pensava di finire, una cosa che capita a chi vuole arrivare lontano (Sinigaglia, in effetti, sembra uno che si è perso varie volte e anche uno che è stato perso ma, ora, sembra, ritrovato (“«Ecco» pensò. «Ci siamo.»” è, infatti, la conclusione) e questo si chiama narratologicamente “happy end”.




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