Shoah: vedi alla lettera bambine

Shoah e bambine. Pubblichiamo un piccolo estratto dal capitolo dedicato alle bambine di Roma durante la Shoah attraverso le voci di Lia Levi, Rosetta Loy e Giacoma Limentani. Il libro da cui è tratto è “Quella difficile identità. Ebraismo e rappresentazioni letterarie della Shoah” dell’italianista americana Stefania Lucamante edito qualche anno fa da Iacobelli editore.




Il carattere particolare della Shoah in Italia, dell’ebraismo italiano e del suo grado di assimilazione si percepiscono particolarmente nelle trasposizioni letterarie. Per la comprensione del progressivo sviluppo dell’elaborazione letteraria della Shoah in Italia è necessario esaminare quegli scritti d’immaginazione per i quali, se il forte richiamo autobiografico fornisce lo strato più profondo della narrazione, l’oscillazione sempre presente fra dato esperienziale-fatto storico e racconto finzionale tende però a far prevalere il secondo dei due componenti.

Fondamentali esempi letterari, rilevanti ai fini della definizione di un subgenere romanzesco che tenga all’usura e alle mode, appaiono quelli che ci hanno regalato nel tempo alcune scrittrici romane. Rosetta Loy, Lia Levi e Giacoma Limentani, ancora bimbe al tempo delle leggi razziali, hanno composto opere letterarie sullo sfondo di una storia a loro molto vicina, quella che copre il turbolento periodo vissuto nella capitale a partire dall’autunno del 1938, quando furono implementate le leggi razziali, sino alla fine del secondo conflitto mondiale.

La memoria lunga scava con forza impietosa nella loro infanzia ricavandone immagini cristallizzate nella retina dei loro occhi di bambine. Sia pure edulcorate da quella simulata serenità che i discorsi dei genitori, dei grandi, tendono a concedere ai piccoli in momenti di grande incertezza, tali immagini, sensazioni individuali che esprimono un generale malessere a cui solo poi le scrittrici sapranno dare il nome esatto – violenza sessuale, guerra e discriminazione razziale – sono destinate a rimanere e a riaffiorare nel momento della maturità.




Dai loro testi emerge una realtà vissuta e da loro testimoniata in opere letterarie che, se di datazione successiva rispetto agli scritti memoriali delle deportate, ne sono comunque complementari nel tracciare il profilo di una scrittura della Shoah nella letteratura italiana. In essi, e con essi, si manifesta un altro indispensabile aspetto del prisma rappresentativo letterario sviluppatosi intorno a questo evento: l’esperienza del razzismo e della guerra in Italia, percepiti da bimbe la cui voce in età adulta acquista autorità e consapevolezza negli scritti di Levi, Limentani e Loy. Senza le testimonianze e la scrittura di coloro le quali, pur restando in Italia e risparmiate almeno dal dramma della deportazione, vivono comunque quello della violenza, l’affresco dell’apocalisse nazi-fascista non sarebbe completo.




La storia siamo noi?

Uno spazio a sé nella letteratura del Novecento va restituito alle scritture di memoria e di testimonianza del trauma degli anni Trenta e Quaranta e, in specie, alle testimonianze che rievocano la tragedia dell’ebraismo italiano: dunque non solo alle scritture che testimoniano la soluzione finale nei campi di concentramento e di sterminio nazisti, che tra il 1943 e il 1945 costarono agli ebrei italiani la deportazione e la morte di circa 10.000 persone, ma anche la progressiva perdita dei diritti, l’emarginazione e la persecuzione dei cittadini ebrei in conseguenza delle leggi razziali emanate a partire dal luglio 1938 dal governo fascista, o la partecipazione di cittadini di origine ebraica alla lotta partigiana, o la loro scelta di un’altra appartenenza nazionale, quella sionista e poi israeliana.

La Shoah, come afferma Marina Beer, viene testimoniata prima ancora delle deportazioni degli ebrei italiani, perché bisogna risalire alle leggi razziali per capire la situazione italiana, la crescente discriminazione e progressiva disillusione verso la società che aveva prima dichiarato una piena e completa accettazione di questa minoranza per poi abbandonarla al proprio destino. Tale ingente memoria forma un corpus di scrittura consacrato al tema della difficile convivenza degli ebrei italiani, cittadini a pieni diritti della giovane nazione, con il resto della popolazione.




Gli ebrei, per la maggior parte ancora persuasi dell’avvenuta assimilazione ed emancipazione di cui godevano nei primi anni della dittatura mussoliniana, esortavano la prole a comportarsi e ad accettare il vivere comune degli italiani e a sperare in un domani migliore, mentre il resto della popolazione, in parte ignara degli eventi e in parte afflitta da una letale apatia che impediva loro di ribellarsi alle leggi inique contro un gruppo minoritario perché intimamente convinti della loro ineffettuabilità. Una convivenza, quella fra gli ebrei e i gentili, in apparenza serena, che si sgretola in tempi assai brevi facendo riemergere, invece, l’antisemitismo e il pregiudizio che spianano la strada, anche attraverso un’attenta campagna pubblicistica, ai famigerati decreti mussoliniani.

La disillusione causata dall’emanazione delle leggi del 1938, dai successivi divieti e censure, dalle limitazioni ridicole che vennero gradualmente imposte agli ebrei italiani, vengono vissute anche dalle scrittrici, bimbe a quel tempo, Rosetta Loy, Lia Levi e Giacoma Limentani.

stefania lucamante

stefania lucamante

Lo sguardo delle tre romanziere si rivolge in particolare all’osservazione di quei momenti della loro infanzia in cui osservavano inconsapevolmente la graduale perdita della dignità umana a cui tali divieti – persino quello di allevare colombi piccioni viaggiatori – costringeva gli ebrei. Gli ebrei, coloro che erano rimasti in patria, paiono ormai avviati a un inesorabile destino nonostante fosse vivo in loro un forte spirito di incredulità di fronte a tali soprusi, come se le umiliazioni a cui venivano sottoposti fossero destinati a scomparire nello stesso modo in cui erano comparsi.