Silone, l’inorganico

Ignazio Silone da Disorganici. Maestri involontari del Novecento (Edizioni di Storia e Letteratura) di Filippo La Porta.

Silone © Wikipedia

Ignazio Silone (1900-1978): Il socialismo dei poveri e degli oppressi

Singolare, inquieta figura di cristiano quella di Ignazio Silone. Geno Pampaloni lo accostava al cristianesimo tragico – e pochissimo italiano – dei Peguy, Bernanos e Unamuno.

Rispetto al suo sodale Nicola Chiaromonte(insieme diressero la rivista “Tempo presente”) lui è più vicino a una tradizione di cristianesimo evangelico, un “cristianesimo socialista”, come lo definì lo scrittore cattolico Heinrich Boll. Cristiano ed eretico, sempre vicino alla chiesa dei poveri santi e dei preti di periferia, ma che intende restare fuori dell’istituzione.

La prospettiva liberal-democratica di “Tempo presente” non è mai disgiunta in lui da un socialismo di ispirazione populista, anarcoide e cristianeggiante, che oggi può sembrarci inattuale. Ve l’immaginate, che so, politologi agguerriti o intellettuali liberal come Ralf Dahrendorf o Anthony Giddens schierati dalla parte dei cafoni della Marsica?

Quei cafoni refrattari a compiti storici o eredità filosofiche da raccogliere, o anche quei visionari meridionali che sognavano il Regno, come Giovacchino da Fiore…

Commemorando Salvemini nel ’57 Silone parla con una certa enfasi del “contadino di Molfetta”, del suo “socialismo dei poveri e degli oppressi”, del suo cristianesimo di non credente (sempre a distanza dalla istituzione-chiesa), vissuto laicamente come scelta morale.

Come se un’esigenza autentica di giustizia sociale, e anche di verità, potesse trovarsi innanzitutto nel cuore degli umili, dei diseredati, di chi è letteralmente un “povero cristo”, un niente… Ora, è arduo tradurre un’indicazione del genere nella cosiddetta società attuale, fondamentalmente appagata e assistita (nonostante la grave crisi economica e le ansie da iperconsumi), nella quale fortunatamente nessuno muore di fame, benché esista un esercito semisommerso di precari privo di vera rappresentanza.

Ma non è del tutto assurdo pensare che qualsiasi socialismo democratico, anche il più moderno, il più sofisticato sul piano teorico, avrà sempre bisogno di un riferimento ai poveri cristi. Se fisicamente non li vediamo più dovremo costantemente immaginarli, o meglio riconoscere il “povero cristo” dentro di noi, la nostra parte esposta al male e alla sventura.

In una conferenza al liceo Tasso dichiarò tra l’altro: “la dottrina cristiana è la più rivoluzionaria che sia mai stata formulata…una leva di propulsione della vita sociale… oltre che coscienza della propria solitudine”. Spostiamoci per un momento sul fronte letterario. In Italia Silone ha stentato ha trovare un vero riconoscimento critico.

Mentre Fontamara resta un grande romanzo epico del Sud del mondo (tra l’altro amato da Faulkner e Emilio Cecchi ) e Uscita di sicurezza è di gran lunga il memoriale politico più importante della seconda metà del ‘900, Silone ha faticato molto per essere sdoganato come scrittore. La sua ruvida originalità veniva scambiata per piattezza e povertà stilistica, e volentieri lo si relegava nell’area depressa della letteratura dell’esilio.

A ben vedere non Pasolini, come è stato detto, ma Ignazio Silone va considerato nel secondo dopoguerra lo scrittore italiano più refrattario al cosiddetto “recinto della letteratura”.

E’ vero che Pasolini ha introdotto una scandalosa “impurità” nel gioco letterario (benché poi smaniasse per vincere il premio Strega!), ma Silone, cantore epico della moltitudine dei “cafoni” della Terra (proprio in quanto “cafone” anche lui, nutriva verso i letterati una ostilità contadinesca, fisiologica: “Mi tengo fuori della cosiddetta via letteraria (…) vi è un frastuono, una specie di permanente carnevale, della vita letteraria, da cui ho massima cura di stare lontano.

L’industria editoriale, la giostra dei premi, il cinema, hanno creato in questi ultimi anni anche in Italia una atmosfera morbosa che considero deleteria specie per i giovani scrittori”. In una lettera del 1952 l’amico e sodale Nicola Chiaromonte gli dirà: “il tuo problema come scrittore è, sempre più, un problema di semplicità e di verità che ti isola completamente dal mondo dei ‘letterati’, beato te” .

Questa istintiva avversione verso la società letteraria italiana e il suo galateo venne ricambiata da una dichiarata ostilità E’ noto come i riconoscimenti maggiori Silone li abbia infatti avuti all’estero: Trotzski si appassionò a Fontamara nel suo viaggio verso l’esilio, Camus elogiò recensione del 1939 Pane e vino, sempre Fontamara fu presa a modello dallo scrittore indiano Raja Rao per il suo romanzo epico-storico Kanthapura.

Come politico, dopo l’espulsione dal PCI nel 1931 è stato accusato di tutto: rinnegato, venduto, spia della polizia fascista (per aiutare il fratello in carcere). Non entro qui nel merito di questa intricatissima questione, dove storici di vedute opposte si sono combattuti carte alla mano.

E’ certo singolare che le presunte delazioni all’Ovra non siano riuscite a far liberare il fratello né furono retribuite (se non in modo ridottissimo), che consistevano perlopiù di informazioni irrilevanti e elenchi di nomi storpiati, che Togliatti nel ’45 venuto a conoscenza degli elenchi dell’Ovra non usò mai questo argomento nella polemica pur rovente con lo scrittore, etc. (si veda Silone, un alfabeto, di F. De Core e O.Gurgo).

Personalmente propendo per la teoria, che fu di Terracini, di un “triplo gioco” voluto dal PCI stesso. Eppure Silone ebbe sempre una certa coerenza: non seguì Saragat nella scissione del Psli del ’47 in polemica con il frontismo di Nenni, e abbandonò la politica attiva quando il suo Psu accettò di confluirvi(poi ha continuato a fare “politica” ma in modo indiretto, attraverso i circoli dell’Associazione per la libertà di cultura).

Silone ha smascherato il carattere totalitario del comunismo ma senza mai arrivare all’anticomunismo aggressivo e un po’ fanatico di un Koestler. Perché nel ’68 si tendeva a diffidare di lui? Probabilmente perché il suo umanesimo populista, dai tratti evangelici, dovette sembrarci fiacco, troppo poco “scientifico”e spettacolare. Lo scrittore credeva in uno spirito di carità e di fratellanza che nasce spontaneamente tra gli umili.

Probabilmente Silone ci spinge oltre la dimensione meramente politica: per lui infatti il socialismo, che sopravvive in quanto tale ad ogni dio che è fallito, non era altro che “un’estensione dell’esigenza etica dalla ristretta sfera individuale e familiare a tutto il dominio dell’attività umana”. E perciò “bastava applicare alla società i principi ritenuti validi per la vita privata”.




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