Stendhal, Belli, sindaci e bugie

“Stendhal, Belli, sindaci e bugie” rititola un articolo uscito su “Il Messaggero” (che ringraziamo per l’utilizzo) all’indomani delle dimissioni del sindaco Marino.

La storia della progressiva decadenza politica di Ignazio Marino è una storia di bugie, vere o presunte (e naturalmente dovranno essere provate una per una, e soprattutto dovrà esserne provata la responsabilità personale), o quantomeno di reticenze, di non detti, di gaffes, di opacità: multe non pagate (a seguito di mancate richieste di autorizzazioni), inviti simulati (l’ “imbucato”), scontrini smentiti dai ristoratori e dalle ambasciate, promesse non tempestivamente mantenute (mettere nel sito istituzionale tutte le spese sostenute), etc. Non sarebbe delicato infierire proprio adesso su un politico in disgrazia, né intendo dare una valutazione intorno alla sua esperienza amministrativa (non priva di meriti e risultati), ma indubbiamente questa è l’immagine data all’esterno.

Ripensavo allora alla suggestione che ho voluto proporre qualche tempo fa intitolando un mio libro sulla città “Roma è una bugia”. Roma infatti mi appare come una bugia per molte ragioni: perché la felicità che promette con i suoi tramonti è illusionistica, perché nasconde l’eterno nell’effimero, perché la sua socievolezza è apparente ( e convive con l’indifferenza esibita: “Non me ne po’ fregà dde meno…”), perché la sua conclamata spiritualità dissimula una irreligiosità paganeggiante, perché è bellissima ma anche brutta ad altezza d’uomo, perché i suoi monumenti sono veri e un po’ taroccati, perché è l’unica città del mondo – gesto almeno sospetto! – a mostrarci una “bocca della verità”, perché le sue scenografie barocche ingannano i sensi. Ma allora come è possibile che proprio chi abita una città siffatta si dimostri così irreparabilmente allergico alle bugie, tanto da far cadere una giunta?

Il punto è che se Roma è una meravigliosa bugia, i romani non sono affatto bugiardi, e anzi odiano l’ipocrisia. Il loro festoso teatro quotidiano, da sempre vitalistico e un po’ funereo, non prevede l’affettazione o la simulazione. E qui bisogna risalire a uno dei più acuti osservatori della vita quotidiana e del carattere dei miei concittadini, Stendhal, il quale a Roma ci venne quattro volte scrivendo i suoi diari di viaggio (da Roma, Napoli e Firenze, nel 1917, alle Passeggiate romane del 1829). Frequenta principi e cardinali ma è affascinato dai popolani e dai criminali di strada, dalla loro malandrina joie de vivre. Un torbido e vitale sottomondo che si rispecchiava in quello della plebe sguaiata ma verace di Belli, che proprio alla “Bocca della verità” dedicò un sonetto: “Pe tutta Roma quant’è larga e stretta/ Nun poterai trovà cosa ppiù rara. /E’ una faccia de pietra che tt’impara /Chi ha detta la bucìa chi nu l’ha detta…”.

E Stendhal, dandy libertino e raffinato, proietta nel popolo capitolino la propria stessa idea di letteratura, che si riassume in una immedicabile Passione per la Verità. Lo scrittore, insofferente di ogni Ancien Regime, fu sempre schierato dalla parte della Libertà, della Rivoluzione e di una Felicità sensuale e lieve come un’aria rossiniana. Ma la sua fede più tenace restò sempre quella del realismo, contro la civilissima, odiosa ipocrisia dei connazionali: “il romano non nasconde sotto un eufemismo l’aspra realtà della vita”. E proprio la citazione in epigrafe a “Il rosso e il nero” recita “La verità, l’aspra verità”.

Ora, dall’Ottocento di Stendhal e Belli il panorama sociale è radicalmente mutato. La popolazione romana si presenta oggi come una massa perlopiù amorfa, sociologicamente inafferrabile, arcaica e postmoderna, singolare impasto dell’antica, ferina plebe “belliana” e della nuova classe media d’Occidente devota solo ai consumi (perciò nessuna forza politica riesce più a rappresentarla, o anche solo a identificarla). Ma certamente i romani, comunque si intenda ritrarli, non vogliono assomigliare per niente alla loro città (bugiarda). La ruvida, e a volte brutale, schiettezza che mostrano nelle relazioni quotidiane pretende che il potere, chi li governa, sia altrettanto schietto.

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