Stoccolma, Svezia

Stoccolma, Svezia: un padre. Un estratto dalla raccolta di racconti di Elena Basile, Miraggi (Castelvecchi).

Non so se siete mai stati in Svezia. È difficile caratterizzare un Paese. Gli elementi sono così diversi. Fa male al cuore doverne scegliere alcuni e sacrificarne altri. Comincerei tuttavia col dire che in Svezia ci si sente buoni.

Sarà forse per via dei colori. Non importa se sia inverno o estate perché in ogni caso capiterà una giornata con il cielo terso come nei paesaggi magici che da ragazzi guardavamo nelle diapositive.

Ho parlato del cielo ma potrei invece soffermare l’attenzione sul verde delle campagne, o sulla pietra grigio-rosa delle autostrade a Dalarna, sull’acqua azzurra e limpida del mare, dei laghi o dei canali, che ti accompagna un po’ dappertutto…

E insomma hai come la sensazione di essere buono e che a tutto ci sia una soluzione. Bisogna tenere bene a mente questo per poter comprendere la storia del signor W., che si svegliò nella sua grande villa a Djurgården e, nel guardare dalla finestra della stanza da letto il canale immobile e i cigni bianchi – un’intera famiglia appollaiata sull’acqua in attesa del sole pronto a sorgere –, ebbe come un brivido di soddisfazione.

Poteva ancora godere di quel meraviglioso paesaggio, che era appartenuto alla sua infanzia. Stoccolma era cambiata, eccome, ma non la vista sul canale, non lontano dalla foce, dal mare aperto, il Baltico, un mare così poco esteso da sembrare un lago. Quella vista immutabile nel tempo, che poteva ancora godere dall’antica villa di famiglia dove era nato, gli sembrò più che mai necessaria.

Viveva solo in quella casa così grande, il signor W.: i genitori e i fratelli erano scomparsi, come pure sua moglie, spirata a sessant’anni tra le sue braccia. W. aveva atteso una parola, un segnale che desse significato agli ultimi istanti della vita di Ann. Ma si muore sempre così banalmente!

Sua moglie non gli aveva parlato, lo aveva osservato con uno sguardo sbiadito, scomparendo da questo mondo senza lasciare traccia. Quanto
ai figli, ormai grandi, vivevano altrove. Scrivevano mail cortesi e un po’scontate, dalla Francia e dagli States, a Natale e a Pasqua, mostrando di preoccuparsi per il loro genitore rimasto solo a Stoccolma, a cui chiedevano talvolta di raggiungerli.

Ma raramente tornavano in Svezia. L’uomo rifiutava gli inviti gentilmente, inventando scuse più o meno plausibili: gli pareva di avvertire una sorta di sollievo da parte dei figli, che ai suoi dinieghi, dopo una breve esitazione, riprendevano la conversazione con maggiore partecipazione. Erano forse i pensieri di un vecchio padre divenuto amaro, ma la percezione di non essere desiderato più di tanto permaneva.

Elena Basile è nata a Napoli, ma ha vissuto in Africa, Canada, Portogallo, Ungheria e Svezia. Attuale Ambasciatrice d’Italia a Bruxelles, oltre a Una vita altrove (2014), finalista al Premio Roma, ha scritto alcune raccolte di racconti. Ha vinto due premi letterari.




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