T’amo pio Po

T’amo pio Po. Dietro il libro di Davide Bregola (Fossili e storioni. Notizie dalla casa galleggiante – Avagliano editore). Le foto di scena della fotografa Daniela Poletta con le didascalie dello stesso Bregola (i due autori ringraziamo).

Per il Po i nostri giorni non sono altro che polline di pioppo. Alla gente importano soldi e salute, importa essere amata. Al fiume basta la continuità.

© Daniela Poletta

Quel giorno, mentre passeggiavamo in questo nulla, avevo addosso una strana sensazione. Come se tutto stesse per crollare, come se l’argine si sfondasse con la forza dell’acqua, come se la morte premesse per non lasciarci tempo. Eppure era come se io e lui potessimo per un momento passare tra le acque, camminare sopra al tempo passato, prendere il volo per salire oltre il dedalo. Per un istante mi sembrò di vedere dall’alto la scena. Io e mio padre eravamo alati. Stavamo andando verso una terra promessa.

© Daniela Poletta

Sull’arginello ci sono tre barche in disuso. Una in particolare è ricoperta dalle foglie larghe dei pioppi e piena di terra. Sembra il fossile di un pesce gigante.

© Daniela Poletta

Al mattino presto mi piace guardare la luce del cielo che qui, sull’acqua, è tutta assorbita dal fiume. Le assi di legno della base galleggiante in alcuni punti traballano e nel retro della casa, tra un listello e l’altro, ci sono anche tre centimetri, quattro, di spazio. Basta poco e l’acqua del Po è lì pronta a portarti sul fondo. Se l’asse si spezza si cade in acqua, ed è fatta. Ora il paesaggio è tutto spoglio. D’inverno si vedono meglio i contorni, gli orizzonti sono semplificati, dispersi nello spazio.

© Daniela Poletta

Qui fuori funziona tutto per conto suo, giorno e notte. Scorre. Il paesaggio accoglie gli uomini per alimentare la propria esistenza.

Qui tra Mantova, Modena, Ferrara, Rovigo e Verona si trovavano case sperdute in mezzo alla campagna più profonda. Queste case abbandonate sono crollate e sono state invase da edera e altre piante rampicanti. Ora il disfacimento toccherà alle aziende delle zone industriali, delle zone produttive, delle aree P.I.P., ossia i piani per gli insediamenti produttivi, ormai obsoleti. Decine di industrie chiuse, un tempo fiore all’occhiello della provincia padana, sono state convertite in archeologia industriale. Fine. Questi cementi armati impoveriti attendono di essere ingoiati dalla natura, invasi dai caprioli e ripopolati dai cinghiali. È il processo inevitabile della speciazione neoevoluzionista. La Ies di Mantova, in strada Cipata, fino all’anno scorso era la raffineria della città e aveva al suo interno centinaia di operai e impiegati. Ora è lì, con le sue bandiere sfilacciate e sbiadite, a fare da deposito petrolifero fino a esaurimento scorte.

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