Terenzi e il Cesanese del Piglio

Estraiamo questo Rosso cupo, quasi nero. Viaggio nelle terre del Cesanese del Piglio di Angelo Ferracuti dall’antologia In vino fabula, Ristampa Edizioni (gli altri antologizzati sono Francesca Bellino, Rino Bianchi, Emanuele Lelli, Eleonora Mazzoni e Marco Petrella).

Ma se vuoi vedere un vignaiolo all’opera, uno che vive in simbiosi con la vigna, devi andare da Giovanni Terenzi. Fisico asciutto, i pochi capelli bianchi rasati, un paio di occhiali da vista dalla montatura classica, impugna le inseparabili cesoie quando lo incontro nel suo podere, dove sta lavorando.
Mi fa vedere un vigneto in lontananza, nel territorio di Paliano, una specie di posto delle fragole dove andava col nonno sopra un somaro, “andavamo a vedere la vigna, e portava sempre con sé le cupellette di vino, lungo la strada ogni tanto beveva”.

Giovanni tra i filari sembra un insegnante, didattico mi spiega con calma, meticolosità, dice che le cesoie sono fondamentali, “un vignaiolo senza forbici …”, fa senza finire la frase, poi si china su una vite e taglia, “è da levare questa puntina e la si fa fuori” dice sapiente.

Staccare i grappoli superflui è fondamentale, “tutto quello che rimarrà si concentra, si alza il grado, fa più colore, devi deciderlo tu”, dice prima di far fuori un altro graspo, “devono essere indipendenti, non si devono toccare” spiega ancora mentre gira circospetto tra i filari del Cesanese d’Affile. Lo si riconosce per il fogliame, perché alla quarta, quinta lamina ha lo sperone. “Le ferie le faccio a fare il diradamento” dice fiero.

È orgoglioso del suo vino, che è prodotto da un vitigno autoctono di Serrone, Piglio, Paliano ed Anagni. “Se beviamo un bicchiere di Merlot, Cabernet, sentiamo un gusto potente, secco, invece questo è un vino che rimane dolce, gradevole, nonostante superi i 14 gradi”.

Se guardi le sue mani, sono già un racconto vivente, i palmi ruvidi e callosi, scuriti dal lavoro in campagna, le mostra mentre camminiamo in questo vigneto storico, che era del nonno Giuseppe Mario, “guarda questa vite, che grappoletti” dice con dolcezza, “guarda quest’altra, “questo vino ha tutto, dopo cinque minuti dopo averlo bevuto senti ancora il gusto” dice ancora trasognato, “il migliore è il Colle Forma, un DOCG superiore, 2700 bottiglie l’anno, si chiama così perché la frazione dove siamo è La Forma, però mio nonno la chiamava Colle Forma, sono otto ettari di terreno, li poto tutti da solo, tutte le mattine mi alzo alle 4,30, la sera vado a dormire alle nove e mezza, non mi piace fare tardi” confessa.

“Ho tre trattori, li guido tutti io, ho la vigna nel DNA” dice ancora orgoglioso, continuando a camminare e tagliare con le sue cesoie, come fosse un gioco iniziato da bambino, “e lavorerò qui finché non morirò”.

Ma è sua figlia Pina la narratrice del suo vino, quella che con le parole ha inventato il Colle Forma, perché un sommelier ha questa capacità di dare al gusto una storia, legare i sapori alla terra. È come se quel vino denso che ha versato nel mio bicchiere nella sala delle degustazioni il giorno seguente, fosse il concentrato simbolico di questa piccola geografia appartata e poco conosciuta che ho visitato in questi giorni, quello di una tradizione antica.

È un Cesanese d’Affile in purezza, prodotto da un vitigno dal grappolo più piccolo, con acini più composti e la buccia più dura che comportano l’ottenimento di un vino più strutturato. Mentre parla emozionata di questo vino tenuto due anni di affinamento in botte e dodici mesi in bottiglia, calibra con sapienza le parole.

“Ha la caratteristica di avere un colore rosso rubino, per quanto riguarda la parte olfattiva si sente il fruttato, la prugna sotto forma di confettura, e poi anche la ciliegia sotto spirito, sul floreale ci ricorda la viola e i ciclamini del bosco”, continua il suo racconto, “ma anche note di tabacco che trasferisce il legno, e di mandorlo dolce, che si sente alla fine, tipico dei tannini gallici”.

Mario Soldati, nei suoi viaggi d’assaggio, venne anche da queste parti nell’autunno del 1975, fermandosi a mangiare alla trattoria “Il Gallo” di Anagni, spinto proprio da un “indimenticabile” Cesanese del Piglio, che ricordava “dolce, pastoso, corposo, spesso, rosso cupo quasi nero, e di un gusto che soddisfaceva completamente malgrado la sua stranezza”.

Per cercare di capire in cosa consiste questa stranezza di cui parla, ma che non spiega, un aspetto davvero misterioso e quasi un pregio nascosto, non resta altra cosa che berlo.

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