Un ineludibile fatto statistico

Approfittiamo della bellezza del palazzo dell’ISTAT – l’Istituto Nazionale di Statistica – di via Balbo per anticiparvi un estratto dal romanzo per racconti “Italia” di Fabio Massimo Franceschelli in uscita (il 5 maggio) per la Del Vecchio. In un caso come nell’altro, è il caso di dire che “la statistica governa la vita della gente”.




L’Istituto nasce nel 1926 ma viene ospitato in questo palazzo di via Cesare Balbo, come riporta in alto la datazione fascista, in “ANNO IX” (1931 è l’anno in cui vengono lavorate le decorazioni esterne). Restaurato da pochi anni con gaffe in latinorum per la citazione di Tito Livio, è imponente. La statua che ci fissa dalla cima della porta si deve a Publio Morbiducci. Scultore molto legato al fascismo (sin dai prodromi socialisti) sconterà poi una damnatio memoriae alla fine del regime. A lui si devono un po’ di busti qua e là tra Pincio e Gianicolo, tombe al Verano, medaglie e soprattutto questi e altri prospetti (Palazzo della Civiltà del Lavoro, per citarne un altro rilevante). Ma poi, va detto, suo è il bozzetto – scelto proprio da Mussolini in persona – del monumento al bersagliere (1932).

Vi lasciamo ora al racconto e al libro che si è giustamente conquistato l’attenzione del Premio Calvino per la sua lingua inventiva e questo ideale centro commerciale nonluogo in cui si sviluppa la vicenda.




Mario
di Fabio Massimo Franceschelli

Un certo numero di persone avrà il cancro, è già tutto
scritto. Un certo numero impazzirà. Una determinata quota
convolerà a nozze, un’altra farà figli, un’altra ancora tradirà
la moglie. Una fetta più piccola raggiungerà la pensione.
È già tutto scritto. La statistica governa la vita della
gente, una legge ineludibile.

A quale gruppo apparterremo?
A quale apparterrò io? Pensiamo sia una libera scelta
ma solo più avanti, quando ormai è troppo tardi, capiamo
che nemmeno questa libertà è concessa, che l’appartenenza
a un gruppo la si sceglie, sì, ma senza rendersene conto,
senza che ci sia stato modo di ponderarla, di valutarne
pro e contro, possibili alternative, magari la si fa inconsapevolmente,
ancora in fasce, comandano l’istinto, il dna,
oppure la tradizione, il sangue, la famiglia. Già, la famiglia,
e non nel senso di padre, madre, nonni eccetera, ma
quella parte di famiglia che si ha dentro, la cultura della
famiglia, che si attacca alla pelle e ce la si porta appresso
come si porta appresso un naso che non piace, una trippetta
ballonzolante come questa che fa tanto uomo flaccido
di mezza età.

Quindi, una non–scelta, un destino, già,
e quando si ha un destino, lo scriveva anche Sofocle, tutto
ciò che si fa finisce per realizzarlo, e più si pensa di allontanarsene
e più ci si avvicina, è come un grande attrattore,
come il mulinello dell’acqua prima di finire nello scarico
del lavandino, che gira e gira ma tanto poi lì finisce.
Ma che pensieri tetri stamattina, suvvia Mario!, è primavera,
siamo al mare. Le donne si spogliano e cercano
storie, avventure, novità, un uomo che le faccia ridere, le
faccia viaggiare con la fantasia, le spinga ad aprire quelle
gambe che sono come lo scarico del lavandino per me, che
come l’acqua giro, giro, ma sempre lì vado a finire. Eh,
sì, c’è poco da fare, sempre lì si va a parare, è la natura, e
non ci si oppone alla natura: s’è mai vista l’acqua risalire
la montagna? No, l’acqua va al mare, si ficca in ogni buco,
ogni pertugio, ogni microscopica fessura aperta per andare
giù, mica su. E poi avrò anche la pancetta ma la pancetta
è simbolo di benessere.

Lo diceva pure un antropologo
che ho letto tanti anni fa, chissà come cavolo si chiamava,
diceva che alla fine questo fatto che l’uomo con i soldi ha
più donne di uno senza soldi ha una base culturale consolidata
da millenni, insomma una cosa atavica o ancestrale,
che poi non ho mai capito bene la differenza tra atavico e
ancestrale, ma sono entrambe belle parole, e sono sicuro
che se nel mezzo di un discorso con una donna tu tiri
fuori una di queste due parole, ma una sola, non tutte e
due, una sola, la donna pensa… Non lo so cosa pensa, ma
certamente apre un po’ più le gambe, magari non tutte
e subito, ma un po’ di più di quando ti aveva stretto la
mano prima, sì, quello sì. E poi, voglio dire, va bene la
pancetta, ma ho ancora tanti capelli neri e anche l’uccello
funziona a dovere. Oddio, certo non come a vent’anni,
quello no, che dovevo prenderlo a sberle per farlo ammosciare.

Quando mia madre mi veniva a svegliare con la tazzina
di caffè in mano e mi diceva sveglia il caffè, così mi
diceva, sveglia il caffè, che detto così sembrava quasi che
mi chiedesse di svegliare il caffè, sveglia il caffè, senza quel
minimo di pausa tra sveglia e il caffè, e insomma mi diceva
sveglia il caffè e io mi svegliavo e la prima cosa che
pensavo era cazzo!, ce l’ho duro e adesso lei se ne accorge,
dio che imbarazzo, ma chissà poi se lei se ne accorgeva. E
quanto lo rimpiango ora quel coso che spuntava e che io
prendevo a sberle prima di alzarmi e andare verso il bagno
dove incrociavo sempre mio padre o mia madre o mia sorella,
che chissà perché non è che quando ti incontravano
in quello stato ti guardavano negli occhi, non è che ti dicevano
ciao Mario, buongiorno Mario e ti guardavano negli
occhi, no, ti guardavano lì, sempre lì.




Cos’è?, pensavo io, una calamita? Avete limatura di ferro nelle pupille che
appena mi alzo e vi incontro mi guardate proprio lì? Dio
che imbarazzo. E anche adesso l’imbarazzo è lo stesso, ma
l’uccello no, e l’imbarazzo è lo stesso proprio perché l’uccello
non è più lo stesso, e quando al mattino mi sveglio e
c’è una donna accanto a me e mi alzo per andare al bagno,
che imbarazzo il mostrarmi a lei con quel malloppetto di
carne raggrinzita e la pancetta ballonzolante che farà anche
uomo benestante ma diciamocela tutta, se avessi gli addominali
definiti muscolo per muscolo, i capelli tutti neri e
magari anche i denti bianchi e non ingialliti da trent’anni
di fumo… trent’anni di fumo, ecco quindi che mi si
chiarisce d’un colpo a quale gruppo apparterrò, bene… la
tartaruga sulla pancia, i capelli neri e i denti bianchi, dicevo,
non penso che le darei l’impressione di malessere o
di una vita di stenti, tutt’altro.

Le darei l’impressione di
uno splendido, maturo e benestante esemplare d’uomo,
con tanta esperienza sulle spalle e magari la farei bagnare
solo al vedermi andare in bagno col coso alzato e il sorriso
bianco e la pancia a tartaruga. Dio, una donna, ce l’avessi
adesso qui una donna, i suoi capelli, i suoi occhi, i suoi
seni e che altro? Che altro che non siano occhi capelli e seni?
Sì l’intelligenza, sì la sensibilità, sì l’intuito, eccetera,
eccetera, ma chi se ne frega di fare il politicamente corretto?
E poi mica ho pensato tette e culo. Ho pensato occhi
capelli e seni, tutte cose eleganti, quasi poetiche.

Franceschelli DEF

Mica penso: donna uguale tette e culo. Che poi io il culo nemmeno
lo noto mai in una donna, non lo noto mai, a meno
che non faccia schifo. Se fa veramente schifo allora lo
noto, altrimenti no. Ma deve fare davvero schifo, come
quella tipa l’altra sera, l’amica di cosetta, Marina Martina
Milena, qualcosa con la emme, sì. Spalle anoressiche, vita
strettissima e poi partivano due fianchi che erano l’altopiano
del Deccan, così ampi che se la incontri in metro ti
ci siedi sopra. Braccia sempre aperte e mani addormentate
sui fianchi. Praticamente un’anfora. Per un attimo ho pensato
che avrei potuto sollevarla per un braccio, inclinarla
un poco e riempirmi il bicchiere con il vino che le sarebbe
uscito dalla testa. E allora, dicevo, donna, cioè i suoi
capelli profumati e i suoi occhi peccaminosi e i suoi seni
più tondi del tondo di Giotto, di quel tondo che Giotto
non ha mai disegnato, ma chissà perché tutti ti dicono
del tondo di Giotto, non è che ti dicono del ciclo di San
Francesco di Giotto, no, ti dicono del tondo perfetto di
Giotto e allora penso che i seni della donna ideale, della
mia donna ideale, non importa che siano grandi o piccoli
ma devono essere tondi tondi, sì perché il tondo è la figura
geometrica che racchiude tutto il mistero dell’esistenza
e… oddio, mi sono perso.

Torno a letto e mi faccio una sega.
No, mi metto il costume e vado al mare.
No, mi vesto e vado a fare la spesa.