Venti minuti ad arrivare al Policlinico

Pubblichiamo qui un estratto da “I reni di Mick Jagger” (Fazi) felice esordio di Rocco Fortunato che riesce in questi giorni.

Per Fortunato, con questo libro, alla sua uscita sono piovute critiche entusiaste che lo hanno imposto all’attenzione: “Questo libro, eroico e commovente, sorridente e doloroso, già da solo onora la povera letteratura italiana contemporanea” Antonio D’Orrico; “Un libro che si traduce in romanzo proprio grazie al tono del racconto: la capacità di vedersi dal di fuori e cercare di esorcizzare col riso la paura” Ermanno Paccagnini. Leggerete nel brano che ne traiamo la Roma ospedaliera del Policlinico raccontata con l’ironia di questo autore romano che nella vita fa l’architetto e che in queste pagine si è ispirato a una sua vicenda personale. Ringraziamo autore ed editore per la concessione dell’estratto.

Sega o no, guidare in piena notte per le strade deserte
di una città di cinque milioni di persone è una ficata.
Niente traffico. Io che sto in periferia ci misi manco venti
minuti ad arrivare al Policlinico – roba che all’ora di punta
ci puoi mettere anche un’ora e passa. Stavo in macchina
e badavo alla strada. Ogni tanto mi dicevo: o cazzo!

Solo con se stessi è possibile ciò che merita definirsi una
conversazione essenziale. Ma non riuscivo a concentrarmi.
Non parlo di guidare. Tutto quello che serviva di fare,
che so, fermarsi agli stop, non sbagliare strada, cambiare
marcia, grattarsi un ginocchio eccetera, tutto questo,
avveniva meccanicamente. Nessun problema. Era la

funzione più fine del cervello, quella della codifica delle
emozioni, che era completamente in tilt. Questa cosa poteva
cambiar tutto, riapriva la partita, possibile che non
provassi niente? O non riuscivo assolutamente a capire

cosa stessi provando, il che è più probabile, anche se l’effetto
poi è lo stesso. Mi guardavo intorno. I semafori erano
sempre uguali, le macchine parcheggiate sempre quelle.
Il cinico mondo non s’era accorto di niente. Certe rivoluzioni
della vita dovrebbero provocare anche all’esterno
un qualche turbamento delle condizioni, che so,

un’eclissi almeno parziale, una nevicata fuori stagione, un
coniglio vestito da vigile urbano, un vigile vestito da coniglio…
Insomma, che si veda qualcosa anche fuori! Invece…
A ogni modo ero lì, proprio io, e quella che sfrecciava
per le strade deserte era proprio la mia macchina.

Fate largo! Ecco uno dei fortunati estratti a concorrere la
vincita d’un rognone – usato, è vero, ma come nuovo di
zecca – al posto dei miei, ormai in ferie da più d’un anno.

Sia chiaro: mica avevo ancora vinto. Ma c’era la possibilità
– così aveva detto quello al telefono – c’era la possibilità,
potevo vincere e sfrecciavo nella notte.
«Che mi fa entrare che m’hanno chiamato pe’ il trapianto?».

«Pe’ sta volta entri», fa quello, puntandomi contro un
grosso dito indice. «Però non mi parcheggiare fuori dalle
strisce!».

Occhei, pensai, quando rivengo a trapiantarmene un altro
avrò premura di lasciarla fuori, la macchina. Lo pensai
ma non lo dissi. Forse avrebbe apprezzato, però, chissà.

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A differenza del Memorial Hospital of Philadelphia –
che è sicuramente un moderno edificio immerso nel verde
– il Policlinico Universitario è un vecchio, enorme complesso
di padiglioni ottocenteschi conficcato nel cuore
della città. Di verde ci sta ogni tanto un alberello, ché non

se ne poteva proprio fare a meno, e i bidoni dell’immondizia,
e, in uno di sti padiglioni, m’ero andato a perdere
io. Chilometri di corridoi deserti e tubi al neon che sfarfallavano
sopra la mia testa, porte chiuse a chiave a destra
e sinistra, divieti d’ingresso, vietato fumare – in tre lingue

– e manco un’indicazione che dicesse dove fosse la
Divisione Trapianti d’Organo. Al secondo piano, m’aveva detto
il tizio al telefono, ma come cazzo c’andavo che tutte le
porte erano chiuse! In una c’era un oblò,
e dall’oblò si vedevano delle scale…
Cristo, era chiusa pure quella! E

manco un’anima. Oh! È grosso il Policlinico, grosso che
non so quante mila cazzo di persone ci lavorano… Be’, di
notte, per trovarne una, ci misi un’ora. Alla fine suonai
una specie di campanello. I dottori, gli ospedali, tutto
quello che ha a che fare colla morte e la malattia, hanno il
potere di metterti in soggezione. È per questo che la maggior
parte della gente non ha coraggio di chiedere la fattura
a uno stronzo che, per leggere le tue analisi delle urine,

si becca trecento cucuzze del tuo sangue. Che poi – dico –
ci stanno i massimi e i minimi scritti affianco, se ci stai
dentro va bene, se sballi no, mica è difficile. Le medicine,
quelle sì, quelle erano toste da mandare a memoria – anche
se pure io sapevo tutti i titoli di tutte le canzoni di tutti
i dischi di Frank Zappa, e pure chi c’aveva suonato, eppure
nessuno m’aveva mai dato una laurea per questo e

men che meno tutti i danari che beccavano loro! Comunque
fu la stessa forma di timidezza che mi fece attaccare a
quel campanello soltanto dopo un’ora di porte chiuse, neon
sfarfallanti, eccetera – uno è timido anche in punto di
morte, anche dopo, mi sa – ma m’ero fatto la barba e messo
il profumo, e avevo fatto un figurone colla donna concedendole
lo scoop del mio trapianto di rognone e dicendole
che stesse pur tranquilla e che non venisse fino a lì,

ch’era roba da niente pe’ uno tosto come il sottoscritto,
perciò, continuavo a essere di buon umore.
Poi la porta si apre – chissà chi avevo tirato giù e quale
sogno di prepensionamento e liquidazione avevo
bruscamente interrotto – e ci arrivo, finalmente:
CENTRO TRAPIANTI D’ORGANO – PRIMARIO: PROF. eccetera eccetera.
Lì ti sostituivano fegato, reni e polmoni – non so se lavorassero
altre frattaglie. Forse il pancreas. A proposito: strano
affare il pancreas, è uno degli organi meno conosciuti,
nessuno sa di averci il pancreas finché non gli ci viene un
cancro o qualche altro accidente del genere. Ma, in fondo,
è così per tutte le cose: la lavatrice, il frullatore, l’amore…
Non ci pensi mai, te n’accorgi quando si rompono.

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