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Un racconto di Cetta Petrollo su via Margutta negli anni Settanta da un numero di qualche tempo fa de l’immaginazione (il 304).

Margutta Settanta
di Cetta Petrollo

Il 51 di via Margutta esiste ancora. Decorticato
dagli acanti, dai nespoli e dai pruni selvatici,
decorticato dagli artigiani e dai pittori e dai
gattari e dal piscio dei gatti (e dai pesci rossi e
dai bambini) esiste ancora.

È diventato un posto quasi inaccessibile,
protetto da cancellate e lucchetti elettronici, chi
non ci abita non può più passeggiare liberamente,
godendo dei terrapieni e dei vialetti con
la vegetazione selvatica, fino ad arrivare alla
boscaglia appena sotto Villa Medici.

Si è trasformato
come molte cose di questa città e di
questo Paese: d’altra parte sono passati più di
quarant’anni di storia, alcuni fatti che erano
straordinari allora sono diventati normali, alcune
circostanze che erano normali sono diventate
straordinarie.

Scriverò, dunque, di una storia che era
normale mentre la vivevo, ma adesso, nei
miei ricordi e nel confronto con questi anni e
con incontri più recenti, mi sembra straordinaria,
anche se il principale protagonista che
aveva fatto della poesia una scommessa di vita,
faceva di tutto per presentarsi ed apparire normale, manifestando nei dettagli, la sua diversità.

(…)

L’Opera dei ciechi Sant’Alessio

Il 51a non era un condominio. Era un paese
con una serie di case singole.

La manutenzione degli esterni e delle parti
comuni, anche quella del cortile col brecciolino
e dei vialetti, del grande giardino e della boscaglia
che circondava il complesso e che arrivava
alle pendici del Pincio, appena sotto Villa
Medici ed al confine con la proprietà delle suore,
era affidata, si fa per dire, all’Istituto dei ciechi
Sant’Alessio che non manuteneva niente e
lasciava che le abitazioni si deteriorassero, disegnando,
nella loro progressiva decadenza,
un rovinoso paesaggio neoromantico.

L’Istituto aveva ereditato il complesso alla fine
dell’Ottocento da un privato – gli studi artistici
che lo costituivano si chiamavano infatti
Studi Rasinelli dal nome del proprietario che li
aveva lasciati con atto notarile all’Opera dei
ciechi con il solo obbligo di affittarli esclusivamente
ad artisti poveri per cifre irrisorie.
Sicché gli affittuari del 51a erano artisti e
galleristi, antiquari, artigiani, corniciai, falegnami,
restauratori e orafi, per lo più poveri, assolutamente
incapaci di organizzare e realizzare
nulla che fosse al di fuori della propria arte.

Si
adattavano così a qualsiasi evenienza che diveniva
poi normale ed ineluttabile, caduta di
calcinacci dal soffitto, pavimentazioni sconnesse,
gradini sbrecciati, umidità nelle mura, radici
che sollevavano il lastrico come, ad esempio,
quelle del grande glicine che arrivava dal
cortile fino all’ultimo piano sotto al Pincio.

Nessuno si occupava della pulizia delle parti
comuni e della potatura degli alberi. Il poco
che si faceva era lasciato alla buona volontà
dei singoli che si occupavano anche del nutrimento,
della salute e della regolazione delle
nascite della tribù dei gatti che lì risiedevano.

Il traffico dei gatti era soprattutto intorno allo
studio, assai piccolo, della “gattara” principale,
Gemma Riccardi, pittrice e figlia di pittore,
studio, con umidissimo e privato giardinetto interno,
il cui affitto aveva ereditato dal padre.

Con Gemma viveva la mamma polacca, un’insegnante
che aveva imparato molto bene l’italiano
al punto da leggere le poesie di Elio, mi
sembra si trattasse dell’edizione Oscar Mondadori
del 1985, e da commentarle dicendogli che
le erano piaciute perché vi aveva trovato “un
gran ritmo”.

Le scale dunque e i vialetti erano punteggiati
da scodelle con cibo, più spesso ciotolone
con pasta, ed acqua. Se c’era qualcosa di più
sostanzioso – ad esempio avanzi di alici – il
gatto più svelto e più agile se ne appropriava e
se lo mangiava, portandoselo via.

Giravano nei
vialetti gatti di tutti i tipi, orbi, sciancati e con la
coda mozza, reduci da battaglie amorose che
straziavano il silenzio delle notti di febbraio. Le
gatte piccole bisognava chiuderle in casa, per
evitare pericolose gravidanze prima del tempo,
come appunto facevano Gemma ed Elio – gran
gattaro anche lui – che poi però si impietosiva
quando le gattine volevano uscire e finiva per
aprire la porta.

L’arrivo dell’equo canone creò un vero e
proprio terremoto nei residenti del 51a. Le proposte
dell’Istituto sembravano a tutti esagerate
e comunque al di sopra delle loro possibilità
per cui finì per costituirsi una specie di associazione,
il cui presidente era Giulio Turcato, la
factotum un’attrice milanese venuta a Roma a
cercare lavoro. Aveva affittato un minuscolo
studio vicino a quello dei Severini, Franchina,
ed aveva individuato in me – in quanto abbastanza
giovane e con un lavoro, in certo qual
modo, burocratico – la persona più adatta a seguirla
in queste battaglie.

Altra comandante della rivolta degli artisti
contro l’equo canone era Rosanne Sofia Moretti,
una russa prestissimo italianizzatasi che
insegnava danza ed aveva lì sia lo studio-abitazione
che la scuola di danza.

La prima – e credo l’unica riunione, cui Elio
mi aveva delegata, dicendo “vedrai, non combinerete
nulla” – si tenne nello studio di Turcato.
La Lisi, moglie del corniciaio che abitava nella