Vincenzo Cerami

Questi estratti sono tratti dall’intervista a Vincenzo Cerami raccolti da Roberto Carvelli nel libro “Perdersi a Roma”.



I luoghi che conosco di Roma e dintorni sono il luogo in cui sono nato il 2 novembre del 1940 in via Benedetto Varchi numero sette, all’Alberone, quindi durante la guerra, anche se non mi ricordo nulla. Là sono stato fino a dieci anni, andavo a scuola alla Garibaldi vicino al ponte della Ranocchia. A dieci anni successe che mia madre lasciò accesa una candela in cucina, di notte, anzi no, fui io… Insomma, dopo questa cosa della candela successe che qualcuno a casa lasciò acceso il gas. Io fui il primo ad alzarmi e a stare male.

Lo spensero, ma io stavo male e il medico ordinò ai miei di portarmi in un posto dove si potesse respirare aria buona. Già allora si diceva che a Roma non si respirava, parliamo della fine degli anni Quaranta. Mi trasferirono a Ciampino dove mio padre, con i soldi che aveva fatto partecipando alla guerra di Spagna, aveva comperato, insieme a mio nonno, un pezzettino di terra e una casupoletta dove viveva mio nonno. Mi trasferii lì. Dopo, piano piano, si trasferì tutta la famiglia. Tutto questo ha fatto seguito a una malattia brutta che avevo avuto alle elementari: una difterite in seguito alla quale sono rimasto cieco per un anno. Insomma, tra questi tentativi di incendio, il gas e la difterite, si può dire che sono vivo per miracolo.

A Ciampino mi iscrissi alla prima media a una scuoletta privata, la Francesco Petrarca, in via Pignatelli e lì insegnante era Pasolini, che era un ragazzo di ventotto anni. Veniva dal Friuli. Abitava a Rebibbia, la mamma faceva la domestica e lui aveva trovato questo lavoretto grazie a Bassani. Guadagnava 28.000 lire al mese ma doveva prendere due autobus più una littorina. Io, dopo la malattia, ero diventato nevrotico e non rispondevo all’interrogatorio dei professori, così mi bocciarono e mi ritrovai in prima media Pasolini. Con lui ho fatto i tre anni, poi però al terzo anno lui lasciò perché nel frattempo aveva iniziato a guadagnare col cinema…




FUORI LE MURA

Roma sud è una zona strana. C’è tanta destra, nostalgia fascista. Io mi ricordo che non si parlava mai di politica… È una zona che a me piace molto, è molto vera. Per me la vera Roma è quella che comincia fuori le mura. Lì ci sono i cittadini veri, che vivono veramente. (…) C’era quella piccola borghesia, infima ma con un grande senso del decoro tanto è vero che i figli non avrebbero mai fatto i macellai… Non era miseria, per quella ti dovevi spostare di poco, era al Mandrione, lì avevi il terzo mondo….(…) Romani lo si è da sette generazioni, si dice… lì eravamo quasi tutti burini, figli di immigrati meridionali o del Lazio. Man mano che si lasciavano le campagne si veniva in città. C’era il mito delle città…(…)

APPIA

La Roma dell’Appio-Tuscolano, la Roma di San Giovanni… per esempio quella della festa del santo a giugno era un’occasione di vitalità… È una zona di Roma che amo molto perché io amo i cittadini che in qualche modo vogliono uscire dal proprio egoismo (…) Una classe che pensa che si può essere migliori. … Mi sembra fondamentale perché contiene della vitalità, anche se poi l’altro può essere peggio… Ciampino ora è tutta cemento. Il Mandrione, che prima era fame, prostituzione, melma, puzza, ora è bellissimo. (…)

(In “Fattacci”) mi interessavo di tutti i delitti romani. Esistono delitti astorici e delitti fenomenologici… Quindi ricavare il fenomeno, andare dietro all’aria che ha prodotto quel delitto era un modo per ricostruire la storia di questa città anche attraverso il costume, le mentalità. Per esempio il caso Martirano a piazza Bologna… l’ingegner Fenaroli… in realtà era un geometra che si faceva chiamare ingegnere, erano gli anni del boom, giravano le cambiali a tutta andata.. Una Roma che non c’è più…

LA LEZIONE

Di Pasolini potrei parlare per ore. Ne ho subito l’influenza. Nel senso che quando penso a una storia la penso in tanti linguaggi diversi che utilizzo tutti e questo l’ho imparato da lui. Il cinema, il teatro, la radio, il giornale, la poesia, il racconto… Con lui ho scoperto i linguaggi. Nella sostanza più profonda quello che ho imparato nello scrivere, nell’avere le idee è di ispirarmi non al linguaggio di quel mezzo…

IL CINEMA

(La Roma del cinema) è quella di Mastroianni, il novanta per cento dei suoi film. È il romano bonaccione, un po’ carogna. Buono e carogna insieme, quello è il carattere del romano. Quando fa il borghese, un po’ furbetto. Non è vero, come dicono, che la Magnani è romana, non c’entra niente, la Magnani è tragica. Neanche Sordi, Sordi è la follia, lui è metafisico, è l’esasperazione, qualche volta manieristica, del romano. Il cinema segna anche il tempo di Roma: con “La dolce vita finisce Roma”, da lì inizia la metropoli, lì arriva una mitologia internazionale… Se tu attraversi Roma, passi tante città e vedi gente di tanti colori: sono loro e i figli loro i romani del futuro.

(Estratti dall’intervista raccolta da Roberto Carvelli)