Zakuski point

Questo articolo fu scritto originariamente per le pagine romane de “l’Unità” nel 2006. Non mi risulta uscito.

 

I nostri genitori – mal gliene incolse – ci avevano abituati già dalle elementari a chiedere ai nostri aspiranti amici che cosa votassero i loro genitori o se andassero a Messa la domenica o se e per quale squadra tifassero. Erano criteri molto semplici e verificabili da cui poi (riportandoli a loro, ai Nostri Cari) avremmo saputo se le nostre amicizie avevano l’imprimatur famigliare. Le prove tecniche di razzismo non hanno smesso i loro campi di aggiornamento e chissà quanti di noi a sentire un nome troppo esterofilo di un compagnuccio del figlio si saranno sollecitati a chiedere “ma è extracomunitario?” appendendo a questa residua barriera geografica il loro placet. Mal gliene incolse allora – si diceva – ché infatti quella cascata di tabù non pare aver prodotto nessun radicamento valoriale oltre a teppismo e irredentismo religioso, smessa la datata (anche se non per tutti) bandiera politica. C’è da temere che altrettanto rischino le domande da frontiera Schengen di Papà e Mamme Contemporanei.

La premessa per raccontare di un curioso e virtuoso – e diciamolo! – domenicale mercatino-piazza ucraino a Ponte Mammolo. Facile da trovare: due bandiere (la nostra e la loro: per rimanere nella frontiera) che si fronteggiano ai lati. Varcata quella immaginaria linea di confine ecco rivelarsi un ritaglio di Ucraina nel cuore della Tiburtina. A metri dalla contestata emergenza Rom di tempo fa, un’oasi felice di ispirazione cattolica organizzata dall’Associazione culturale cristiana italo ucraina, che molto bene ha fatto dire di sé e del suo “mente e braccia” Mario Tronca con 22 operatori al seguito. Fama, va detto, non usurpata. La nostra domenica lì merita la cornice delle foto felici. Fatte di giornali in lingua russa (anche Playboy in versione cirillica), semi di girasole e cetriolini in barattolo, piatto forte del mitico aperitivo russo zakuski.

In un grande pannello gli annunci – tutti in russo – delle ricerche o offerte lavoro. Un banchetto perle rimesse. Appena dietro file di decine di pulmini che aspettano per lo più “il pacco” che settimanalmente o mensilmente gli ucraini romani (circa 35 mila a Roma – di loro 2/3 regolari, record il cui merito è da scrivere a questa associazione – ma in Italia 1 milione con una regolarità di 1/3) corrispondono all’altra metà della loro vita ex-sovietica. Ogni furgone la sua città di consegna esposta fuori. 1 kilo 1 euro è la legge del peso: rituale che si compie su bilance pesa-persone a tappetino fuori dai portelloni. Maria racconta: “se si parte alle 12, alla fine della raccolta, si sarà a Leopoli al lunedì mattina. Certo Kiev è più lontana e tutto dipende dall’umore della polizia di frontiera”. Nei pulmini di tutto: una sega elettrica, cassette d’uva, pacchi di caffè, bottiglie di olio. “Si parte in due” racconta ancora Maria “uno guida e l’altro gli dà il cambio, la strada è tanta” e il viaggio si capisce non è agevole. All’ingresso è stata allestita una raccolta fondi per la famiglia di uno di questi infaticabili timonieri che ha perso la vita in un incidente. La fotocopia mostra le immagini del sinistro con pacchi sparsi per un’autostrada austriaca.

L’infaticabile Mario Tronca ci racconta la sua missione pro Ucraina: “Ho messo a frutto la mia esperienza di organizzatore militare senza immaginare il grande successo che ne sarebbe venuto, poi, da quando sono in pensione, mi ci sono speso del tutto” ma si intuisce che alle spalle c’è un incontro di fede ai più alti vertici di cui dice appena per rigore e mostra un coro di ritagli bipartisan sulla associazione. “Ci hanno chiesto di organizzare gli ucraini di altre zone d’Italia e ora siamo operativi anche in altre città ma ci siamo fermati. Non è facile organizzare dappertutto, serve gente preparata in loco”. Mario fa la spola tra me e una troupe di Rai3, dopo aver appena liquidato una di Rai2. Le voci girano, come si dice. Un uomo sta raccontando: “Io e mia moglie siamo qui da dieci anni e mandiamo soldi (anche questi partono con tariffe speciali sui furgoni depositati con le lettere, gratuite, direttamente agli interessati) ai figli che si stanno laureando lì. L’Università costa e noi ci siamo dati due anni ancora di tempo prima di tornare”. Parla un italiano perfetto.

L’associazione opera anche per il ricongiungimento familiare, nella consulenza sul lavoro e permessi di soggiorno e offre traduzioni, voli e pullman a prezzi scontati per L’viv nelle mattine dei giorni feriali. Ma è la domenica il giorno in cui questa piazza testimonia la sua faccia più generosa e festosa per quanto nostalgica: capannelli di gente che parlotta, scambi e solidarietà esercitata, mentre c’è chi si mette in coda per una prossima udienza con il Papa. Altri aspettano la Messa di Mezzogiorno. E intanto i pulmini si stipano e qualcuno già parte per raggiunto carico. E allora per chi volesse assaporare questo ritaglio di Ucraina romana appuntamento in questo luogo di pace nella domenica Tiburtina in cui la territorialità fa segnare la crisi delle vecchie frontiere. Anche quelle mentali.