Beckett scrive

Escono di Samuel Beckett, per Adelphi, le “Lettere 1929-1940” nella traduzione di Massimo Bocchiola, Leonardo Marcello Pignataro. L’edizione italiana è curata da Franca Cavagnoli.

Adelphi ha cominciato a pubblicare la traduzione italiana dell’epistolario beckettiano curato da George Craig, Martha Dow Fehsenfeld, Dan Gunn e Lois More Overbeck e dato alle stampe circa otto anni fa dalla Cambridge University Press.

L’edizione italiana è curata da Franca Cavagnoli con le traduzioni di Massimo Bocchiola e Marcello Pignataro e riproduce fedelmente la struttura dei volumi originali. Non mi sarebbe dispiaciuto se ai capitoli introduttivi con l’illustrazione dei criteri generali di selezione e organizzazione del vastissimo materiale (oltre 15.000 lettere articolate in quattro volumi) si fossero aggiunte qui delle note con i criteri per la traduzione italiana.

Anche l’apparato iconografico è identico a quello dell’edizione inglese, un’interessante selezione con foto che non erano mai apparse in altre edizioni italiane di testi dedicati a Samuel Beckett.

Quando lessi il primo volume dell’edizione inglese dell’epistolario mi incuriosì una lettera del 6 dicembre del 1933 in cui Beckett scriveva all’amico Thomas McGreevy manifestando tutta la sua delusione perché l’editore Chatto & Windus aveva deciso di pubblicare la raccolta “Più pene che pane” senza l’ultimo racconto (intitolato “Ossa d’Eco”, da non confondersi con l’omonima silloge che sarebbe uscita nel 1935).

Beckett fu talmente amareggiato dall’esclusione di quel testo che nella lettera a McGreevy incluse anche una breve poesia per esprimere la sua delusione:

Asylum under my tread all this day
Their muffled revels as the flesh rots
Breaking without fear or favour wind
The gantelope of sense and nonsense run
Taken by the worms for what they are.

Quando l’avevo letta avevo pensato: in bocca al lupo a chi dovrà tradurre questi enigmatici versi. Questa è stata dunque la prima lettera che sono andato a leggere nell’edizione italiana dell’epistolario. La traduzione è questa:

Dentro la mia andatura rifugio tutto il giorno
Con gazzarre smorzate se la carne marcisce
Senza tema erompendo o favore di vento
Vada il guanto di sfida del senso e del non senso
Preso dalle sue fisime per quello che mai sono

Che dire? Restano enigmatici anche in italiano.

Vado a rileggere anche le parole di Paolo Bertinetti, apparse nell’introduzione che scrisse per l’edizione dei racconti e delle prose brevi di Beckett apparse nel 2010 per Einaudi: “L’opera di Beckett resterà come uno dei massimi esempi di comunicazione dell’esperienza, insieme a quella di Kafka e di Joyce. A noi, che di quella stessa epoca ancora facciamo parte, i testi beckettiani parlano con un linguaggio che non possiamo non riconoscere come nostro. Anche se forse alle generazioni future appariranno come facenti parte di una letteratura talmente ripiegata sulla forma (sulle possibilità e sui modi possibili dell’espressione letteraria) da essere considerata come una letteratura soffertamene barocca”.

Anche io mi sono chiesto spesso quale sarà la fortuna di Beckett tra le generazioni future e le parole di Bertinetti mi sono sempre suonate malinconiche, quando non sinistre nella loro assennatezza.

Ecco allora che un’edizione italiana di questo colossale epistolario può aiutare a mettere a fuoco l’importanza di un autore che è ancora centrale nella nostra cultura. Dice Dan Gunn nell’introduzione a questo primo volume: “Le lettere di Beckett rivelano. Presentano, spiegano, arringano. Di tanto in tanto teorizzano, più di rado giustificano. Ma poiché nel momento stesso in cui ha cominciato a scrivere (…) il loro autore ha voltato le spalle a qualsiasi concezione che strumentalizzi la lingua, le lettere fanno tutto questo come atti di uno scrittore, come atti di scrittura”.




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