Certamente, ho amato Praga. Dove

Certamente, ho amato Praga. Dove, sono i versi che traiamo dalla plaquette di Mario Santagostini “Kafka in Palestina, nel 1931” (I Quaderni della collana – Stampa 2009). Ringraziamo poeta ed editore per la concessione.



Certamente, ho amato Praga. Dove
ho vissuto per anni
e che ho creduto unica,
e unica non è mai stata. Ci sono tante
altre Praga, e con altri nomi,
o ancora senza nome.
Forse, una città è fatta solo per cercare
chi non troverai.
E tu l’hai amata per questo.
E mi viene da dirlo così, alla seconda persona.
Per farmi riconoscere
da chi non ho mai trovato.

§§

Eppure, quando pensavo – forse, una città è fatta solo per ritrovare chi ho perduto, ecco: io ero felice. E anche la città lo era.

Ma un giovane crederà sempre, che qualcuno lo cerca. È certo che c’è una strada, un cammino. E lui è la meta. Anche se si sente perso. E allora fa la cosa che sa e sappiamo fare meglio: aspetta. In camera, alla finestra, a un balcone. O in un parco, una domenica. Dove frignano dei pavoni: non si stanno lamentando, anche loro aspettano. Non sa perché, ma spettano.

NOTA. “Siamo – come racconta Maurizio Cucchi nella nota che precede la plaquette – nel 1931 e Santagostini ci guida in un onirico viaggio del grande scrittore in Palestina, con tutte le possibili implicazioni storiche implicite di un simile gioco ardito nel tempo”. Il poeta lo destreggia, gli fa rimbalzare sopra la luce del suo verso e ci restituisce delle immagini che ci ricordano il grande autore praghese. I suoi personaggi. La figura del padre che aleggia nei versi. Eppure il poeta e l’alter ego sembrano ciechi: “E poi ci sono io,/che vedo solo del bianco”. Perché la visione non è appunto reale (ma poi è da capire cosa è reale) ed è “un attimo prima di morire,/ o già dopo”. Insomma, siamo in un tempo posteriore come fosse quello di una rinascita o di un oltremorte. Perché, in fondo, l’uomo “sta sempre morendo”.