Dee. Una storia d’invidia

Dee. Una storia d’invidia. Un racconto (e un disegno) di Stefano Scanu.

DEE
Una storia d’invidia
di Stefano Scanu

Non sembrano cambiate molte cose dal solito.
In equilibrio su un trespolo, al centro di un luminoso salotto, c’è sempre un pappagallo cenerino di circa ventitré anni che a intervalli regolari solleva una zampa, piega la testa e apre il becco scuro senza emettere neanche un verso, poi torna in posizione. Non ha neanche una catenella che lo tenga legato.

La grande creatura senza becco ogni giorno entrava nella stanza, lo faceva posare sul proprio polso e lo imbeccava con dei semi di girasole mentre gli parlava in modo meccanico. Ripeteva sempre la stessa frase atona aspettando una risposta. Il cenerino apriva il rostro ma senza fiatare, poi allungandosi un poco, dava come dei piccoli baci sulla mano del padrone, sembrava scusarsi del silenzio.

Appena dopo Natale davanti alla finestra comparve una voliera vuota; dall’altra parte della stanza il pappagallo passò giorni a fissarla coi suoi occhi a bottone. Ogni tanto si aggiungeva un pezzo: un’altalena, uno spicchio di mela, una targhetta con su scritto DEE e infine un grosso amazzone variopinto come se ne vedono solo nei libri di animali. Due cose erano cambiate nella vita del cenerino: un grosso uccello chiuso in gabbia che gli impallava il panorama e l’atteggiamento del padrone che dopo avergli offerto i semi, ora faceva lo stesso col nuovo inquilino, accarezzandolo e parlandogli in quel suo modo grigio.

All’inizio il cenerino sembrò contento della compagnia; scambiava fischi a distanza con l’amazzone mentre dal suo cavalletto provava un po’ di pena per quella detenzione. Finché un pomeriggio mentre il padrone gli rivolgeva i soliti suoni senza senso, Dee iniziò a fare lo stesso. Da quel momento non fecero che parlare tra loro:
«Come ti chiami? Ti chiami Dee, ripeti! Dee!»
«Dee!» gli faceva eco il pappagallo.

Nei mesi seguenti il padrone intrattene lunghe conversazioni con Dee facendo salire il vecchio pappagallo sul polso solo molto dopo; ormai non provava neanche più a parlargli. I semi sembravano ogni giorno più amari e quella specie di baci con cui l’uccello si mortificava per il suo mutismo, adesso somigliavano più a dei morsi.

Era un sabato di luglio quando il cenerino lasciò il suo trespolo, spiccò un breve volo verso la sedia e poi sulla libreria. Percorse gli scaffali in direzione di Dee. Robinson Crusoe, Il codice di Perelà, La scopa del sistema, Garcia Marquez, perfino quei libri contenevano pappagalli più loquaci di lui. Raggiunse la gabbia e l’aprì col becco, Dee si sporse — era così colorato e brillante da far risultare lui ancora più pallido — rimase interdetto solo un istante, poi senza pensarci volò fuori dalla gabbia e infine dalla finestra sparendo per sempre.

Il cenerino era al suo posto sul trespolo quando il padrone entrò nella stanza; vide la voliera aperta e cominciò a chiamare Dee. Quando si avvicinò al vecchio uccello gli parlò come non faceva più da tempo:
«Dov’è andato Dee?» silenzio. «Dov’è Dee?».
Il cenerino alzò la zampa, piegò la testa e aprì il becco scuro senza emettere neanche un verso.




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