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Il caos della teoria

Il caos della teoria più che la teoria del caos. Questa recensione de Il muro (Sellerio) di John Lanchester è uscita su Gli Stati Generali.

“I giorni sono praticamente tutti uguali, non si ha un vero senso di progresso. Non c’è un granché da raccontare. C’è, è vero, la continua prospettiva dell’azione, il rischio continuo di un disastro improvviso e devastante, ma non per questo si può dire che accada qualcosa sul serio”.

“Il muro” di John Lanchester, che esce in questi giorni per Sellerio (16 e 9,99€), ci presenta un mondo tecnicamente possibile, idealmente già vivo e funzionale, metafore a parte. A seguito del cambiamento climatico, l’Inghilterra è circondata da 10.000 metri di muro che ne oscurano la visione e l’attracco (immaginatevi 5 metri davanti a voi, arrivando dal mare) agli “Altri”.

Chi li protegge metro a metro, dall’”Altro” vive una vita di “milizia” difensiva sospeso tra il “figliare” (i Figliatori) e l’asservimento al progetto di difesa. Così nel libro di Lanchester di cui non sveliamo la trama di attacchi e difese, pericoli e compromissioni.

“Tutti lo chiamano il Muro, ma non è questo il suo nome ufficiale. Ufficialmente si chiamerebbe Struttura Difensiva Costiera Nazionale. Sui documenti ufficiali il nome viene abbreviato in SDCN”.

Un’avvertenza (che suona più che una modalità d’uso). C’è sempre qualcosa di interessante quando uno scrittore non “esclusivista” si mette alla tavola del romanzo. Penso a Thoreau e al suo capolavoro non (o non del tutto) saggista “Walden”, a Ruskin a Longhi – insomma ad autori che sono incappati nel genere romanzo senza averlo premeditato. Lanchester è un saggista spesso interessante e un autore di narrativa. Fatico a non credere che questo doppio binario sia una reciproca influenza.

Questo dovrebbe rendere la lettura de “Il muro” un piacere molto concreto. E uso l’aggettivo “concreto” non a caso e non solo citando lo scrittore (che gioca molto sulla “poesia concreta” ovvero sulla rappresentazione grafica di versi i forma di oggetti a cui sono dedicati), che è nato casualmente ad Amburgo ma a tutti gli effetti inglese. Il suo muro è così kafkianamente reale da finire per essere un sentimento straniante e insieme una proiezione più vera della visione.

“Cielo freddo acqua cemento vento” è l’inquietante immagine verbale del titolo e della funzione che esercita doppiamente: su chi lo guarda da dentro e da fuori.

“Poiché il Muro è l’elemento dominante della tua vita e di quella di tutte le persone che ti circondano, e poiché le tue responsabilità, la tua giornata e i tuoi pensieri riguardano esclusivamente il Muro, e la tua vita futura è determinata da quello che succede sul Muro – puoi benissimo perdere la vita, sul Muro, o comunque perdere la vita che avresti voluto avere –, le due entità cominciano a confondersi, il Tempo e il Muro, il Tempo e il Muro, il Muro, la tua giornata, la tua vita che scivola via, minuto dopo minuto”.

Abbiamo passando momenti grami. Ci siamo dibattuti (e, in parte, ci dibattiamo ancora) tra la pena di esserci scoperti deboli – politicamente e socialmente soggetti al controllo e alla limitazione delle libertà – e un numero “n crescente” (poi decrescente) di morti, persino la paura costante di esserne una cifra.

Ci arrovelliamo, poi, tra la triste sensazione che qualcuno ci abbia nascosto qualcosa (a Wuhan, per interessi economici, merceologici, in definitiva per stupidità) e il desiderio di rivalsa contro questo mentire o attenuare la portata di quello che stava accadendo, spesso esercitato da soggetti che, sin dal principio, hanno negato (per interessi economici, merceologici, in definitiva per stupidità) che qualcosa stesse accadendo.

Salvo poi i morti: tanti. Tutta questa caccia ci potrebbe far perdere di vista quello che è accaduto, davvero, morti (affetti+sacrifici, pena senza consolazione e molti insopportabili incerti del mestiere) a parte. Di qua e di là.

Al di là della legittimità delle riflessioni filosofiche su questa nuova condizione di cittadini globali (deboli oltre ogni pensiero debole) “sovranizzati” da governi iperprotezionisti o “infantilizzati” da quelli “iperprotettivi”, delle inchieste internazionali e nazionali e delle ricerche delle responsabilità, c’è un punto che non possiamo non aver imparato.

Non viviamo più epoche in cui un battito d’ali di farfalla in Estremo Oriente non possa provocare un uragano in Occidente. E questo dovrebbe far riflettere anche i meno fanatici delle teorie del caos, come i cinici dell’ordine costruito solo e unicamente da mano umana, lì dove quella mano riesce a vedere, operare.

E, effetto farfalla a parte, e, con buona pace di Lao Tse, la fine del mondo (in senso meno catastrofista ma ugualmente pericoloso) potrebbe avere nessi di casualità così deboli da alleviarci il sonno, facendoci dimenticare le nostre responsabilità – e questo è un altro grande pericolo. Il futuro parla una lingua che la politica non sa leggere. Il pericolo è scritto con parole che molti intellettuali cercano in un vocabolario non aggiornato. Ancora Lanchester:

“Qualcuno ha detto che non esiste infelicità maggiore che ricordare un periodo felice in un momento di disperazione (…) : quando ripensi a un posto brutto, e in quel posto brutto non ci sei più, ti senti sollevato come quando ti risvegli da un incubo” perché, in fondo “il sollievo è la forma di felicità più pura che esista”.

Dunque risolleviamoci, sì. Con sollievo. Ma solo riconoscendo l’incubo ovvero smascherando le nostre singole responsabilità e la nostra – perlomeno attuale – incapacità di lettura delle cose concrete. Presto, per favore.




Founder e direttore di "Perdersi a Roma" collabora con Il Messaggero, il venerdì e Nuova Ecologia. Ha pubblicato libri di prose, poesie e narrativa di viaggio tra cui "Letti" (Voland), "AmoRomaPerché" (Electa-Mondadori), "La gioia del vagare senza meta" (Ediciclo), "Fùcino" (Il Sirente) e "Il mondo nuovo" (Mimesis).