Il Giubileo in letteratura

Esce “Il Giubileo. Piccola antologia della letteratura italiana” un nostro e-book dedicato all’Anno Santo in letteratura. Di seguito l’introduzione e il primo autore (Jacopone da Todi).

Jacopone, Dante, Villani, Petrarca, Machiavelli, Berni, Guicciardini, Vasari, Sarpi, Goldoni, Tommaseo, D’Azeglio, Belli, Pascoli e Pirandello. . Sono solo alcuni autori italiani ad aver dedicato al Giubileo delle pagine.
Sono quelle che abbiamo scelto e introdotto per voi.
Qualcuna di esse è passata alla storia quanto l’evento che celebravano. Vi risuonerà, sin troppo. Come un’eco che ha memorie scolastiche. Ripetute.
Qualcun’altra, un po’ più nascosta, l’abbiamo spolverata e ve la riproponiamo.
Le une e le altre vogliono essere null’altro che un piccolo servizio al lettore che faccia apprezzare come negli anni si siano succedute spiritualità e temporalità di questo evento.
Come sia sia, del Giubileo rimarranno alcune pagine più di altre. Quelle della letteratura in genere, poesia o prosa o cronaca in prosa.
Lo potrete acquistare qui.

cover

JACOPONE DA TODI

Il frate dissenziente, perché integralista di contro alla vanità ecclesiastica del tempo, Jacopone (Todi 1230 o 36 – Collazzone 1306) non può non lasciarci un ricordo del pontificato di Bonifacio e del Giubileo da lui indetto a tinte fosche. D’altronde se il papa ha gozzovigliato non può morire in letizia il giorno di Natale come accadde a lui. Va da sé. E il “malavascio” comportamento tenuto prima e durante il pontificato non è un buon passaporto per l’al di là. Si merita il paragone con una salamandra e poi l’appellativo di “Lucifero novello”: per essere un papa, comprensione dei tempi a parte, ne esce un po’ male il Bonifazio.

O papa Bonifazio molt’ài iocato al mondo

O papa Bonifazio molt’ài iocato al mondo
pensome che iocondo non te ‘n porrai partire!

Lo mondo non n’à usato lassar li sui serventi,
ched a la scivirita se ‘n partano gaudenti.
Non farà lege nova de farnete essente,
che non te dìa presente, che dona al suo servire.

Bene lo mme pensai che fussi satollato
d’esto malvascio ioco, ch’al mondo ài conversato;
ma poi che tu salisti enn ofizio papato,
non s’aconfà a lo stato essere en tal disire!

Vizio enveterato convertes’en natura;
de congregar le cose granne n’à’ auta cura;
or non ce basta el licito a la tua fame dura,
messo t’èi a ‘rrobatura, como asscaran rapire.

Pare che la vergogna dereto agi iettata,
l’alma e lo corpo ài posto a llevar to casata;
omo ch’en rena mobele fa grann’edificata,
subito è ‘n ruinata, e no li pò fallire.

Como la salamandra sempre vive nel foco,
cusì par che llo scandalo te sia solazzo e ioco;
dell’aneme redente par che ne curi poco!
Là ‘ve t’accunci ‘l loco, saperàilo al partire.

Se alcuno ovescovello pò covelle pagare,
mìttili lo fragello che lo vòl’ degradare;
poi ‘l mandi al cammorlengo, che se deia acordare;
e tanto porrà dare che ‘l lassarai redire.

Quando nella contrata t’aiace alcun castello,
‘n estante mitti screzio enfra frat’e fratello;
all’un getti el braccio en collo, all’altro mustri el coltello;
se no n’assente al tuo appello, menaccili de firire.

Pènsite per astuzia lo mondo dominare;
ciò ch’ordene l’un anno, l’altro el vidi guastare.
El mondo non n’è cavallo che sse lass’enfrenare,
che ‘l pòzzi cavalcare secondo tuo volere!

Quando la prima messa da te fo celebrata,
venne una tenebria per tutta la contrata;
en santo non remase luminera apicciata,
tal tempesta levata là ‘ve tu stavi a ddire.

Quando fo celebrata la ‘ncoronazione,
non fo celato al mondo quello che c’escuntròne:
quaranta omen’ fòr morti all’oscir de la masone!
Miracol Deo mustròne, quanto li eri ‘n placere.

Reputavi te essare lo plu sufficiente
de sedere en papato sopre onn’omo vivente;
clamavi santo Petro che fusse respondente
s’isso sapìa neiente respetto al tuo sapere.

Punisti la tua sedia da parte d’aquilone,
[es]cuntra Deo altissimo fo la tua entenzione.
Per sùbita ruina èi preso en tua masone
e null’o[m] se trovòne a poterte guarire.

Lucifero novello a ssedere en papato,
lengua de blasfemìa, ch’el mondo ài ‘nvenenato,
che non se trova spezia, bruttura de peccato,
là ‘ve tu si enfamato vergogna è a profirire.

Punisti la tua lengua contra le reliuni,
a ddicer blasfemia senza nulla rasone;
e Deo sì t’à somerso en tanta confusione
che onn’om ne fa canzone tuo nome a maledire.

O lengua macellara a ddicer villania,
remproperar vergogne cun granne blasfemìa!
Né emperator né rege, chivelle altro che sia,
da te non se partia senza crudel firire.

O pessima avarizia, sete endopplicata,
bever tanta pecunia, no n’essere saziata!
Non ‘l te pensavi, misero, a ccui l’ài congregata,
ché tal la t’à arrobata, che no n’eri en pensieri.

La settemana santa, ch’onn’omo stava ‘n planto,
mandasti tua famiglia per Roma andare al salto;
lance giero rompenno, faccenno danz’e canto;
penso ch’en molto afranto Deo [‘n] te deia ponire.

Intro per Santo Petro e per Santa Santoro
mandasti tua famiglia faccenno danza e coro;
li pelegrini tutti scandalizzati fòro,
maledicenno tu’ oro e te e to cavalieri.

Pensavi per augurio la vita perlongare!
Anno dìne né ora omo non sperare!
Vedem per lo peccato la vita stermenare,
la morte appropinquare quand’om pensa gaudere.

Non trovo chi recordi papa nullo passato,
ch’en tanta vanagloria se sia sì delettato.
Par ch’el temor de Deo dereto agi gettato:
segno è d’om desperato o de falso sentire.

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