Il re dell’uvetta

“Il re dell’uvetta” di Fredrik Sjöberg (Iperborea). Questo pezzo con il titolo “Lo svedese che collezionava lombrichi” è uscito sull’ultimo numero della rivista “The Good Life Italia” (che ringraziamo). Ne presentiamo una versione leggermente diversa.





Immaginate la tempesta di fuoco dopo il famigerato terremoto di San Francisco del 1906 che incenerisce una delle più belle collezioni naturalistiche d’America, meticolosamemente raccolta nell’arco di trent’anni dallo zoologo svedese Gustaf Eisen (1847-1940). Lo scienziato ha sessant’anni ma invece di darsi per vinto continua i suoi viaggi e rinizia a collezionare perle di vetro.

Fredrik Sjöberg – un autore per qualcuno diventato già un piccolo culto – ne “Il re dell’uvetta” ci offre un libro inclassificabile su un genio polimorfo seppellito negli States vicino al Sequoia National Park, lo stesso che aveva contribuito a fondare. Eisen era qualcuno: la sua collezione di lombrichi lo aveva reso degno di ammirazione agli occhi di niente meno che Sir Charles Darwin. Ma non era solo la rara callicera a fare di lui una star del collezionismo, né l’amicizia con Strindberg, né l’aver trovato, a quanto pare il Sacro Graal (ed averlo donato al MET di NY dove è ancora visibile).




Sjöberg, inclassificabile anche lui, è scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale Biologo, vive dal 1986 sull’isola di Runmarö, un paradiso naturale di quindici chilometri quadrati al largo di Stoccolma, dove studia le mosche, di cui è diventato uno dei maggiori esperti. La sua collezione di sirfidi è stata esposta alla Biennale d’Arte di Venezia del 2009. Il precedente “L’arte di collezionare mosche” che è stato un caso editoriale in tutta Europa e nominato dal The Times “Nature Book of the Year”.

Tornando a “Il re dell’uvetta”, Eisen non se la passò bene da subito: “Comunque sia, Gustaf avrebbe potuto avere una partenza migliore nella vita. Certo, imparò molto presto a leggere, ma era tormentato da malattie ricorrenti. Oltre che di continue bronchiti ebbe a soffrire di una lussazione all’articolazione dell’anca, di un’intossicazione alimentare, di morbillo, scarlattina, meningite e via dicendo, all’infinito. In poche parole: era gracile e si riteneva che non avesse grandi possibilità di sopravvivere.

Il successo, sembra dirci lo scrittore, è nel panta rei. Come scrive Sjöberg “è facile avere l’impressione che la lunga vita di Gustaf Eisen sia stata segnata da ricorrenti insuccessi. Anche se d’altra parte credo che si sia piuttosto divertito. E in fin dei conti, cosa sarebbe la vita di un uomo senza buchi nell’acqua?” Forse aveva ragione: “Alla fin fine ci appartengono solo i profumi”.