Il venditore come maestro di cerimonie dell’edilizia romana

Roma è “come l’Universo: in espansione”, per parafrasare gli Offlaga Disco Pax. Ci riferiamo a quel fenomeno che va sotto il nome di edilizia e a tutti i suoi correlati talvolta illeciti, sempre e comunque problematici, non pianificati e perciò dannosi. Insomma Roma nasce in costruzione dal solco d’aratro – primigenio tentativo di piano urbanistico – fino all’ultimo dei quartieri nascenti o nati in barba al medesimo. E in mezzo: quanti drammi!





Potremmo parlare di qualsiasi attualizzazione di questo percorso costruttivo (e distruttivo). I nuovi agglomerati, i sub-quartieri, le ur-periferie, o questi palazzi figliati ai bordi del raccordo nella periferia Anagnina (come in questa immagine in bianco e nero stile “Le mani sulla città”). Uno al fianco dell’altro, uno diverso dall’altro: fratellanza già con una pecca. O, ancora, di quelle sparute e circostanziate operazioni di riempimento di un vuoto, di una dimenticanza, in mezzo al già tutto dato di un quartiere.

Ma non è di questo che vogliamo parlare quanto di quel particolare genere umano che, al fianco dell’imprenditoria costruttrice (“palazzinara” che è etimo tutto romano), si sviluppa: il venditore. E non da oggi: basta leggere la sezione dedicata a Roma del libro di Giovanni Russo “L’Italia dei poveri” meritoriamente ristampato dalla combattiva casa editrice marchigiana Hacca.

russo poveri

Russo, grande esegeta dell’opera del geniale Ennio Flaiano, è un piccolo magistero di giornalismo, una scuola sempre aperta e sempre viva. Questo libro, al pari di “Viaggio in Italia” di Piovene, merita un suo spazio in libreria. Nei pezzi targati luglio 1956 (“L’urbe di cemento”) e dicembre 1954 (“L’elettricista”) di “Aria di Roma” scopriamo una tipologia romana inveterata e non tramontata, per l’appunto il venditore o il procacciatore di vendite: “Maestro negli allettamenti e nel tessere le lodi delle comodità e delle bellezze dell’alloggio, era un tizio, chiamato ‘il commendatore’, una specie di intermediario (…). Del resto, la stessa antipatia esisteva fra ‘il commendatore’ e i costruttori, che si rivolgevano a lui per un complesso di inferiorità verso i clienti i quali, visitando la casa, criticavano la disposizione delle stanze, discorrevano sull’arredamento (antico o moderno?), suggerivano strane modifiche, così costose che i costruttori, pensando alle cambiali, s’irritavano e rifiutavano bruscamente di accettarle. ‘Il commendatore’, invece, sapeva tener testa ai discorsi e destreggiarsi”.

 

Roma ha un pedigree di costruttori noto e storicizzato ma pure uno altrettanto nobile (o ignobile) di procacciatori, venditori, intermediari e correlati. Ne è noto il frasario semicolto, l’eloquio trionfalista, ironizzato l’abbigliamento elegantemente vistoso già dai nodi della cravatta, gli accostamenti di colore ambiziosi, audaci e, talvolta, provocatori del buon gusto.

Un palazzo nasce e – come nel racconto di Russo – abbisogna delle arti diplomatiche di detti maestri dell’imbonimento e della mediazione a vantaggio di chi vende. Un genere a sé, con le sue arti e le sue moine. Cose per cui forse si nasce o che si impara a forza di raggiunti obiettivi. Passaggi di vita che, almeno una volta nella vita e spesso solo quella, ce li avranno fatti conoscere. E ricordare.