La Porta Ermetica

La Porta Ermetica, ovvero dentro Piazza Vittorio.

LA PORTA ERMETICA

Nei giardini di Piazza Vittorio c’è una porta chiusa, barricata per sempre, anzi murata.

L’hanno montata su un avanzo di parete dopo averla ritrovata alla fine del XIX secolo più o meno dove era sempre stata.

Se ci fossero ancora le ante al posto di una lastra di pietra, e si potessero aprire, sarebbe come una porta di scena, una di quelle finte che vengono messe sui palchi dei teatri per dare l’illusione di passare da una stanza all’altra.

Questa invece si spalancherebbe sulla strada, oltre il giardino, tra le macchine che scorrono e i tram.

Alla fine del 600 la porta era tutt’uno con un edificio, una villa in collina immersa dentro quella che ai tempi era ancora la campagna romana.

Residenza di Massimiliano Palombara, marchese per schiatta e alchimista per diletto, che la battezzò col suo nome, facendola diventare la Silicon Valley della magia romana, bazzicata da tutti i migliori chimici e divinatori del tempo.

E dopotutto qualcosa di magico deve pur averla questa entrata, se è vero come è vero che fu l’unica cosa a resistere alle numerose demolizioni e ricostruzioni sabaude.

Per quell’uscio transitò pure Giuseppe Francesco Borri, medico, nobile e avventuriero lombardo, mandato a Roma per studiare in seminario da cui venne invece espulso per aver guidato la più grande ribellione di pretini che si ricordi.

Fece appena in tempo a imparare un po’ di chimica e cabala prima di conoscere il marchese Palombara che ne intuì subito le potenzialità esoteriche.

Anni dopo allestirono un laboratorio in villa e insieme edificarono quella porta che proprio lì conduceva. E sempre da lì fu visto entrare per l’ultima volta il Borri dopo aver battuto i campi intorno alla tenuta alla ricerca dell’erba che trasforma in oro.

Di lui si persero le tracce; dietro di sé non lasciò che un formulario e qualche scaglia di pepita o almeno così dice la leggenda.

Secondo la storia ufficiale invece fu condannato per eresia dall’inquisizione romana e morì nel 1695 di malaria, all’apice della sua popolarità, dopo una vita in bilico tra la scienza e la cialtroneria.

Una parte di questa storia è scritta sulla cornice della porta, tra i simboli e le epigrafi che ancora oggi la decorano.

Quando ritrovò il ricettario, infatti, il marchese lo fece incidere partendo dal basamento fino all’architrave, trasformando la via d’accesso ad un’altra stanza, nel varco d’uscita per un altro mondo, quello magico.

Bisognerebbe passarci attraverso per sperimentare ma ormai è poco più che un’immagine sul muro, chiusa senza neanche uno spiraglio attraverso cui guardare, e allo stesso tempo un rebus indecifrabile.

Non è un caso che da queste parti la chiamano anche la porta ermetica. In realtà per molti è solo un rudere, probabilmente un monumento alla storia e alla stregoneria capitolina un po’ gaglioffa.

Più che un’imposta un’impostura. Ma per quei pochi che ho visto lì davanti imbambolati, osservarla con la testa inclinata mentre prendevano appunti, forse è la più grande frontiera, formulario alchemico e laboratorio a cielo aperto del pianeta.




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