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Le mimose non ci bastano più!

Le mimose non ci bastano più! Vogliamo anche il rispetto. Nel giorno dedicato alle donne pubblichiamo una riflessione di Mary De Gregorio e un pezzo di Roberto Carvelli (uscito su Il Messaggero il 29 febbraio) sul fenomeno dello street harassement e su Catcalls of Rome.

Le mimose non ci bastano più!
di Mary De Gregorio

Da un po’ di anni 8 Marzo a Roma (e non solo) è il giorno dello sciopero femminista e transfemminista con relativa manifestazione a cura del movimento “Non una di meno”. Quest’anno, però, le eccezionali contingenze sanitarie hanno fatto sì che la manifestazione fosse vietata ma questa impetuosa marea ha trovato comunque un modo di espandersi.

Chi ha avuto modo di conoscere questo movimento sa bene che porta avanti una battaglia molto vasta che non si limita a cercare di sconfiggere la violenza contro le donne di cui il femminicidio è la tragica punta dell’iceberg, bensì tutte le forme di oppressione che negano di fatto la libertà femminile.

A tal proposito questo 8 marzo ci piacerebbe parlare di una forma di oppressione in passato poco denunciata e in parte derubricata come “galanteria” ieri come oggi. Ci riferiamo allo “street harassment” ossia le molestie verbali e (purtroppo non solo) che le donne sperimentano in strada, sui mezzi e nei luoghi pubblici in generale. L’associazione transanazionale che se ne occupa si chiama “Catcalls of” e a seguire il nome della città. Il gruppo capofila è stato (e non sorprende) CatcallsofNewYork ma da un anno circa esiste un gruppo  CatcallsofRome che raccoglie le denunce delle romane ma anche delle turiste della città.

Ho avuto la fortuna di partecipare ad un interessantissimo dialogo con Alessia e Bianca fondatrici e maggiori animatrici del gruppo romano. Questo incontro ha dato vita a questo articolo (che sotto riportiamo arricchito da box a cuta di CatcallsofRome) pubblicato qualche giorno fa sul Messaggero.

Un incontro illuminante con due ragazze molto giovani e molto consapevoli. Con un grande spessore e una forte determinazione nel dire che non è più il tempo di ignorare i commenti sessisti o anche i semplici “ciao bella” (ritornello nazionale finito pure sulle magliette souvenir) che le donne sono costrette quasi quotidianamente a subire. Subire, sì, perché basta dare un’occhiata alla pagina Instagram che raccoglie tutte le storie denunciate e le foto dei commenti trascritti sull’asfalto con gessetti colorati nel luogo dove la molestia è avvenuta

Per capire che i commenti verbali sono nella maggior parte dei casi totalmente sgraditi e l’esito è spesso che la ragazza che li subisce ne esce turbata se non addirittura terrorizzata.

Questo gruppo scoperchia il vaso di Pandora. Basta scorrere e leggere un po’ di storie: nella maggior parte dei casi le vittime sono ragazze giovani o giovanissime perché come ci fanno notare Alessia e Bianca sono quelle identificate dai molestatori come le più indifese. E i molestatori stessi? In un alto numero di caso sono uomini grandi. E leggete quello che hanno urlato. In molti casi è di una violenza detonante.

Un po’ di tempo fa ero su un tram direzione Roma Nord. Accanto a me due ragazzi molto giovani  di massimo 20 anni. Uno dei due raccontava all’altro di aver partecipato ad una festa di borgata X (non riferirò quale). Lui era l’unico non “autoctono”. Durante la serata ad un certo punto passa una “bella ragazza dall’aspetto appariscente” (ho usato un eufemismo perché lui ha detto altro) e un “borgataro” le fa una richiesta di prestazione sessuale che non riferirò. Mi aspettavo che lui lo stesse raccontando con sdegno invece lui e l’amico scoppiano in una rumorosa risata. Il seguito del racconto è il seguente: la ragazza è tornata poco dopo munita di energumeno che ha urlato “chi ha detto  xxxxxxxxx a mia cugina?”. Altra risatona. Il finale della storia è questo: il “borgataro” era terrorizzato all’idea di essere scoperto mentre lui era lì tranquillo che invece se la rideva di gusto.

In questa storia purtroppo vera c’è tutto. C’è la molestia verbale violenta, c’è il classismo verso persone ritenute di ceto sociale più basso che si cacciano nei guai  verbalizzando quello che comunque molti degli uomini presenti alla festa stavano pensando, c’è l’indifferenza verso l’accaduto perché nessuno pensa di far notare al molestatore la sua mancanza di rispetto e infine non manca il maschio alpha fidanzato o parente della vittima che viene a vendicarne l’onore.
Anni ’50? No 2020.

Uno degli slogan dell’8 Marzo negli anni ’70 era “Le mimose non ci bastano più” per significare che è inutile che ci regalate i fiori gialli se poi ci trattate in modo inqualificabile. Quante cose sono cambiate grazie alle azioni che le femministe “storiche” hanno fatto per loro ma anche per le donne degli anni a venire. Quanta strada ancora c’è da fare ma il futuro è in questa nuova consapevolezza

Mai più bulli né pupe
il catcalling a Roma e non solo
di Roberto Carvelli

“E dalle macchine per noi i complimenti del playboy ma non li sentiamo più se c’è chi non ce li fa più” cantava Fiorella Mannoia in “Quello che le donne non dicono”, testo e musica di Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone. Era l’anno di grazia “Festival di Sanremo 1987” e fu subito Premio della Critica.

Sanremo come si sa rischia sempre di essere il banco/anno di prova delle italiche trasformazioni (ritardi e mancanze) culturalsociali. Anche il 2020 ci ha fatto ragionare sulle donne che stanno un passo avanti o indietro, su quelle che si fanno notare per essere considerate appendici di un calciatore e su altre forme di diminuzione di genere. Ma siamo sicuri che, in barba a quello che dicevano le strofe dell’87 – chissà, forse perché, purtroppo, ovvio o sottovalutato all’epoca – dalle macchine e, in genere, per strada, alle donne arrivino davvero complimenti? In genere, il catcalling – dall’inglese catcall, letteralmente “richiamo del gatto” ma tradotto comunemente come fischio – assomma tutti quei tentativi di attirare l’attenzione di una persona per strada con suoni e parole vari. Il fenomeno riguarda principalmente le donne.

Anni fa delle ragazze con telecamere nascoste avevano messo a nudo il fenomeno dimostrando cosa vuol dire fare una passeggiata raccogliendo attenzioni moleste a ogni passaggio e smuovendo persino l’irreprensibilità dei picchetti militari. I video girati in tutte le città, anche a Roma, dimostravano che più del #metoo c’è un #ustoo. Il fenomeno è all’attenzione già da anni a New York dove è nato il primo gruppo catcall, una pagina che raccoglie e denuncia questa sottile forma di violenza. Anche a Roma da quasi un anno c’è un gruppo molto attivo su instagram: Catcalls of Rome. La loro pagina conta migliaia di followers ma non è il solo gruppo italiano. Gruppi crescono e proliferano da Milano o Torino a Modica, seguendo una geografia di stili e modi diversi di rivolgersi al sesso femminile ma tutti con lo scopo di mettere in difficoltà ragazze per lo più giovani o giovanissime. Le statistiche delle ragazze di questo gruppo social romano ci dicono, purtroppo, che il 58% delle “chiamate” le subiscono under 18 e, ben il 20%, riguarda quella fascia 0-13 che sogneremmo protetta da un minimo senso di attenzione.

Qualcuno pensa ancora, purtroppo, trattarsi di una “leggerezza” ma anche questo, va spiegato bene, non è così. Racconta Alessia, 19 anni, la fondatrice della “sezione” romana che incontro una domenica nel primo pomeriggio al bar della Rinascente: “Quello che colpisce è proprio il dopo. Le ragazze che ci scrivono ci raccontano che dopo l’episodio capitatogli non sono più andate in quel posto, o non alla stessa ora o non sono più uscite dopo una certa ora o la sera dopo un certo orario.

Una grave forma di limitazione delle libertà, se uno ci pensa”. Ci indigniamo è vero per le violenze di genere e contiamo i femminicidi con orrore ma nessuno di noi si chiede quali siano i primi passi di un moltestatore. Come se tutto esplodesse solo da un certo punto in poi. “C’è una volontà di rimuovere – continua Alessia -, pensando che dire ‘ciao bella!’ o ‘che bel vestito!’ sia un fatto normale. A te lo dice mai qualcuno?” Beh no, non mi è mai capitato, sinceramente no. “Il punto – è chiaro – non è il vestito. A me è capitato di essere stata fermata in tuta o senza trucco. Non è quello”.

Le denunce ad oggi (in meno di un anno e solo a Roma) sono 199 (di cui 91 pubblicate), il test dell’intervista è approfondito “i dati sono basati su dieci domande che sono state poste a tutte le persone che hanno denunciato una molestia. Chiediamo anche se avevano una divisa scolastica, cosa molto legata al mondo anglosassone”. La notte è meno protagonista (15%) ma forse dipende dal fatto che le donne circolano di meno di sera perché non si sentono sicure.

Registrare la pagina non è stato facile. “L’organizzazione mondiale – racconta ora Bianca che di anni ne ha 16 – per aprire la pagina ha richiesto una registrazione video e un personal statement come usa non mondo anglosassone. Si voleva evitare che un malintenzionato, come capitato in Michigan, l’aprisse per offendere o adescare le ragazze.

Anche questo non è così scontato”. Bianca è una delle più attive nello scrivere e ci spiega come funzionano le scritte un po’ situazioniste che forse qualcuno avrà incrociato per strada. “Scegliamo la frase centrale della molestia, la traduciamo in inglese e la scriviamo coi gessetti nel posto in cui è stata pronunciata”.

E’ un format? “In Germania lo fanno in tedesco, in altre parti d’Italia in italiano. Noi sempre in inglese perché molte delle molestie riguardano turiste. All’inizio mi vergognavo e avevo paura di scrivere per strada poi l’ho vinta”. Quello che sorprende è il gesto grafico che segna una trasformazione: il colore allegro e “bambino” per raccontare una cosa che è stata dolorosa.

I perché sono la cosa più difficile da raccontare: “Non sono una persona che si mette al centro – dice Alessia. – Ma mi capitava spesso di essere offesa e all’inizio ho pensato che fossi io sbagliata, che dessi adito. Un giorno è capitata una cosa più grave e mi sono spaventata davvero. Poi ho visto la pagina New York City (le pagine sono 176 in tutto il mondo NdR) e ho preso coraggio, superato la sofferenza e dopo è stato più difficile ignorare. Ora ho riscontrato che le persone ti commentano di più se sei al telefono e meno se ti guardi attorno, se sei attento. Lo fanno soprattutto se le vittime non possono reagire”. I protagonisti sono spesso uomini grandi, di frequente anziani. In Italia, le ragazze escono più allo scoperto, a Il Cairo è tutto più criptato.

“Commento non sollecitato, questo è il catcalling – spiega Bianca. – Se uno vuole conoscerti può venire e presentarsi, parlarti. Il complimento è diverso e dipende dal contesto. So che alcune donne pensano sinceramente che sia piacevole riceverlo da uno sconosciuto ma sono molte di più quelle che provano sofferenza che lo denuncino o meno”.

Considerando, quindi, che la rimozione è lo sport più praticato dalla mente forse sono molte le molestie che le donne non dicono. Quello che molte donne (e anche molti uomini) non sanno è che, negli anni, la Mannoia ha cambiato la frase del testo che recita “e se ci confondiamo un po'” perché vi leggeva un’ammissione di debolezza. Viene da chiedersi se non sia il caso di ripensare a quel modo, solo apparentemente galante, di riferirsi da una macchina a una ragazza. Non sempre complimentoso, a ben pensarci.

STATISTICHE E MATERIALI PER RACCOGLIERLE

Denunce:

• Pubblicate=91
• Da pubblicare=108

• Totali=199

Domande:

• Quanti anni avevi?

• Credi che il loro commento intendesse essere razzista?

• Credi che il loro commento avesse a che fare con il fatto che sei un* membro della comunità LGBTQ+?

• Eri un* turista a Roma?

• Il commento è stato fatto in un luogo turistico, in metro o in autobus?

• Ti hanno toccato?

• Indossavi l’uniforme scolastica o lo zaino

• Ti hanno fischiata?

• Hanno usato le parole “p*ttana”, “c*lo”, “sesso”, “bella” o simili?

• Era notte quando è successo?

I risultati sono quelli indicati di seguito e vengono aggiornati non appena riceviamo una nuova denuncia.

Età:

• Minorenne (0-13)= 20%
• Minorenne (14-17)= 58%
• Maggiorenne (18+)= 22%

Uniforme scolastica o zaino:

• No uniforme o zaino= 72%
• Sì uniforme o zaino= 28%

Razzismo:

• Razzista= 1%
• Non razzista= 99%

Discriminazione LGBTQ+:

• Sì discriminazione: 2%
• No discriminazione: 98%

Turismo:

• Turista= 31%
• Non turista= 69%

Luogo:

• Luogo turistico= 43%
• Autobus= 11%
• Metro/Treno= 13%
• Nessuno dei sopracitati= 33%

Notte:

• Di notte= 15%
• Non di notte= 85%

Fischio/Clacson:

• Sì fischio/clacson= 23%
• No fischio/clacson= 77%

Parole:

• “P*ttana”= 8%
• “C*lo”= 14%
• “Sesso”= 10%
• “Bellissim@“= 31%
• Nessuna delle sopracitate= 37%

Minaccia:

• Sì minaccia= 40%
• No minaccia= 60%

Molestia fisica:

• Sì molestia fisica= 35%
• No molestia fisica= 65%




Laureata in storia a Bologna con tesi sul femminismo è ricercatrice indipendente ed esperta di studi di genere.