La guerra di indipendenza di Roma Nord

Anticipiamo un estratto del libro di Claudio Delicato “La guerra di indipendenza di Roma Nord” (in uscita per Mondadori). Più che un libro una macchinazione mediatica e narrativa. Buona lettura e buon divertimento.




Il 20 gennaio del 2019 alcuni eletti dell’ormai sciolto consiglio
comunale raggiunsero un accordo che sancì la nascita
della Repubblica federale di Roma sud, che comprendeva i
quartieri di Ostiense, Testaccio, Aventino, parte di Portuense,
Tor di Valle, Torrino, EUR, Fonte Ostiense, Giuliano-Dalmata,
Ardeatino, Cecchignola e Torricola. Formalmente era
delimitata da via del Trullo, il GRA e via Appia Antica, ma
aveva l’appoggio esterno di Spinaceto, Ostia e altri quartieri
al di fuori del Raccordo. I consiglieri comunali volevano
riunire più forze possibili per aumentare le proprie
chance contro Roma nord, e avevano proposto l’annessione
alla Repubblica federale anche ad alcune delle zone più
a est, che però avevano rifiutato nettamente. Roma est vantava
un’omogeneità che andava da Rebibbia e San Basilio
fino a Centocelle, Torre Angela e Cinecittà. Il suo senso di
appartenenza era molto più forte rispetto a Roma nord e
Roma sud, che inglobavano quartieri molto diversi (Fidene
e Parioli, Garbatella e Torrino): per questo motivo l’oriente
di Roma fu riunito, da un punto di vista esclusivamente
formale, sotto il generico appellativo di Territori Autonomi
di Roma Est.

Con Roma ovest, invece, la Repubblica federale non aveva
neanche avviato il dialogo. Fatta eccezione per Corviale
(che aveva di meglio a cui pensare che a Roma sud e alla
sua guerra dei poveri) e Primavalle, troppo isolata e quindi
poco appetibile dal punto di vista strategico, non scorreva
buon sangue fra le due zone, sociologicamente troppo
diverse per avviare una collaborazione.
In mezzo c’era il vuoto del centro. Aree che avevano rifiutato
di schierarsi e che non volevano subire le conseguenze
di un eventuale conflitto. Il patrimonio culturale dei quartieri
centrali era troppo importante per esporlo al pericolo
di bombardamenti, ma né l’esercito italiano né i caschi
blu avevano dimostrato di volersi mettere fra le due fazioni.
Per questo il Vaticano aveva deciso di prendere il centro
sotto la sua ala protettiva. Nessuno si sarebbe mai azzardato
a fare la guerra alla Santa Sede. Il territorio fu ribattezzato
Terra Santa.

L’assemblea costituente della Repubblica federale di Roma
sud annunciò la formazione del governo, formato prevalentemente
da ex consiglieri comunali dei partiti di centro-destra
e con sede presso il Palazzo dei Congressi dell’EUR. Adesso
c’era solo bisogno di un leader. Un presidente che sapesse
tutelare il territorio e mettere in piedi un esercito per abbattere
il muro. Dopo lunghe e faticose trattative, i parlamentari
si accordarono sulla figura di Federico Quintarelli, consigliere
di Fratelli d’Italia eletto nel municipio IX.

Federico Quintarelli era nato nell’83 e cresciuto all’EUR.
Figlio di un commercialista e di un’impiegata dell’INPS,
dalle elementari al liceo aveva frequentato l’Istituto Massimo,
una scuola privata gestita da gesuiti a due passi dalla
basilica dei Santi Pietro e Paolo. Era una delle più costose
di Roma, al tempo si pagava una retta di dodici milioni
di lire l’anno, e la gente che ci trovavi ne era la diretta conseguenza:
alle medie i compagni di scuola ti chiedevano di
mostrare l’etichetta delle Dr. Martens per verificare che fossero
originali, al liceo non c’era ragazzo oltre i quattordici
anni che non avesse la macchinetta a cilindrata 50 che si
guidava senza patente. Federico faceva il PR al Boga, una
discoteca pomeridiana di San Saba, ed era un assiduo frequentatore
di Palombini, il bar dei figli di papà del quartiere.
Era un cosiddetto “pariolino dell’EUR”, con il corpo
a Roma sud e lo sguardo a Roma nord.

Dopo la laurea in Scienze Politiche alla Lumsa, aveva deciso
di tentare la carriera politica. Il padre della sua ragazza
era un parlamentare di Forza Italia, e per questo lui aveva
pensato bene di tenersela stretta, anche se la tradiva di
continuo. Al momento di scegliere i candidati per le amministrative
del 2018, il futuro suocero gli aveva dato un calcio
in culo per il consiglio comunale. Federico sarebbe voluto
stare con Fiamma Tricolore, perché era un simpatizzante
fascista con lo slancio dei giovani; il futuro suocero aveva
smorzato quell’entusiasmo e l’aveva sbattuto a Fratelli d’Italia.
Buratti aveva perso le elezioni, e di brutto, ma lui era
stato uno dei due soli eletti del partito a Roma.

Un metro e ottanta di altezza, capelli lunghi e folti curati
dal barbiere una volta a settimana, occhi castani perennemente
specchiati dagli occhiali da sole. Non era particolarmente
bello, anzi: il suo volto era ruvido, la pelle butterata
e rovinata dalle troppe lampade, al punto che sembrava
sempre sporco o sudato. Il naso adunco, il corpo magro, la
barba che gli cresceva a chiazze. Ma non era tanto l’aspetto
esteriore a caratterizzarlo: la cosa fondamentale era che
Federico Quintarelli era il più grande figlio di puttana che
avesse mai calcato il suolo capitolino dai tempi di Enrico
De Pedis.

I consiglieri comunali di Roma sud l’avevano eletto per
due motivi. In primo luogo perché, malgrado la maggioranza
a Roma fosse di sinistra, lui e le sue simpatie fasciste
godevano di grande riscontro dall’EUR fino a Ostia inoltrata.
In secondo luogo, il suo stile di vita faceva di lui il candidato
filosoficamente più vicino alla mentalità di Roma
nord, e questo faceva ben sperare per individuare le debolezze
degli avversari.

Ancora prima dell’annuncio ufficiale della sua elezione,
Buratti andò di persona a congratularsi con lui e ad augurargli
buona fortuna, “ché ne avrai bisogno”. E aveva ragione:
dal momento in cui si sedette per la prima volta nell’ufficio
di Palazzo dei Congressi, Federico si ritrovò alle prese
con un decennale giro di mazzette di mafia capitale. Batterie
di scapestrati al seguito di ex membri della banda della
Magliana battevano cassa a chiunque volesse aprire un
bar o vincere un appalto: esattamente il genere di arraffoni
che avevano causato il declino della città, e che si diceva
Roma nord avesse sgominato del tutto.

Quello che Buratti non sapeva, però, era che Quintarelli
non aveva l’intenzione né tantomeno la voglia di mettersi
contro queste logiche.
L’unica vera idea che ebbe, peraltro suggeritagli da Er
Sentenza, suo storico compagno di calcetto, fu quella di
creare un nuovo organo militare addetto, ufficialmente, a
tutelare la Repubblica federale di Roma sud dai pericoli del
terrorismo e da un’eventuale guerra contro Roma nord. Il
gruppo, chiamato Le Spranghe, avrebbe avuto autorità su
tutti gli altri corpi di pubblica sicurezza come polizia, carabinieri
ed esercito. Una ventata di novità in una città che
non aveva mai nutrito particolare simpatia nei confronti
delle forze dell’ordine.

Federico non aveva nulla contro l’attuale capo della polizia,
ma non voleva metterlo alla guida delle Spranghe.
Pensava che gli abitanti di Roma sud avessero bisogno di
qualcuno che facesse da collante, che entusiasmasse le folle.
Per questo indisse una votazione libera online, che ebbe
luogo tra il 4 e il 10 febbraio del 2019.
I risultati non furono resi pubblici immediatamente; perché
voleva accertarsi che la sua idea di mettere quella decisione
in mano al popolo fosse giusta, per evitare una figuraccia.
Ma la volontà di Roma sud era chiara: le Spranghe
avevano un capo, eletto dagli abitanti della Repubblica federale
con percentuali bulgare.
Si trattava di Manlio Sabbatini, il vincitore di “Tamarreide”,
il nono re di Roma dopo i sette canonici e Paulo Roberto
Falcão.

Il risultato della votazione non aveva sorpreso Federico. Il
popolo aveva dimostrato di non volere un professionista,
che si chiudesse negli uffici e mandasse le guardie con gli
scudi in plexiglas alle manifestazioni. Aveva votato a favore
di un personaggio mediatico. E se gli chiedevi di pensare
a una carogna con la testa dura che non fosse Tony Montana,
il primo nome era sempre quello di Manlio.
Quando glielo portarono al Palazzo dei Congressi era ridotto
uno straccio. La puzza di alcol si sentiva a tre metri
di distanza e tirava su con il naso in continuazione. L’avevano
appena prelevato dal comando dei carabinieri di via
Roma a Pomezia, dopo che aveva tamponato una volante
con un panetto di cocaina in macchina.

«Benvenuto, Manlio.»
Non rispose.
«Ti ho tirato fuori dai guai, un grazie mi pare il minimo.»
«Te conosco. Numme piaci. Sei un fascista.»
Manlio era cresciuto in una cultura di sinistra, anche se
non votava da più di dieci anni. Viveva la politica come una
cosa da stadio, aveva una generica avversione al sistema
e un odio per le guardie che non lo differenziava poi tanto
dai gruppi di estrema destra della curva sud.
«Un fascista» sogghignò Federico. «Cosa vuol dire essere
un fascista oggi?»
«Vor di’ esse come te.»

Quintarelli incassò in silenzio. Era motivato, voleva che
quel colloquio andasse per il meglio. Gli disse che se fosse
stato per lui, sarebbe potuto tranquillamente restare “ar
gabbio”. Era il popolo di Roma sud che l’aveva scelto. Lui
ci avrebbe messo un secondo a truccare le votazioni o ad
annunciare che era in galera, ma aveva deciso di salvargli
il culo, perché la gente gli voleva bene.
Manlio Sabbatini non la smetteva di toccarsi la faccia e
tirare su con il naso. Il suo sguardo si perdeva oltre la finestra
dell’ufficio del presidente. Federico scuoteva la testa.
«Manlio, tu ti devi dare una ripulita. Non ti possiamo
presentare così.»

Per tutta risposta, il nuovo capo dell’esercito si avvicinò
al mobile bar, ne estrasse una bottiglia di Montenegro e se
ne scolò un quarto d’un sorso. Se c’era una cosa che gli dava
sui nervi era che qualcuno gli dicesse cosa doveva fare.
«Io manco lo so come se comanda un esercito» ruttò.
«Lo so. Ma non è importante. Puoi anche fare solo il portavoce.
Uno che rassicuri la gente, che gli dica che andrà tutto
bene» rispose Federico, conscio che difficilmente uno come
Sabbatini si sarebbe confinato in un ruolo di secondo piano.
«E poi» aggiunse, «un po’ di aiuto puoi darcelo davvero.
Tu sei uno dei pochi che sanno cosa c’è oltre quel muro.»
«Che cazzo stai a di’?»

«Be’, tu a Roma nord ci puoi entrare liberamente» disse
facendogli l’occhiolino. «E poi dài, Manlio. Non so da quanto
tempo non leggi le riviste di gossip, ma qua a Roma sud
lo sanno tutti che ti scopi quella fica.»
Manlio tornò a guardare fuori dalla finestra.
«Ci sto. Ma a ’na condizione.»
«Quale?»
«’A gente ma’a scelgo io.»

Da quando aveva chiuso il Tre Sveje, Manlio passava le
sue serate in un bar fichetto di piazza Istria in cui entrava
ogni giorno verso le sette per uscire a mezzanotte completamente
sbronzo. Non ci avrebbe mai messo piede se
a gestirlo non fosse stato un amico di Piggi che gli offriva
tutti i drink. Aveva continuato ad andarci anche dopo
l’innalzamento del muro, nonostante l’entrata in vigore
delle rigide norme sull’immigrazione della Repubblica
indipendente.
Manlio, infatti, aveva i documenti in regola. Perché in lui
scorreva sangue di Roma nord.
In pochi lo sapevano, ma sua madre era nata a piazza
Vescovio e si era trasferita a Roma sud solo dopo essersi
sposata. Quando le chiedevi che quartiere preferisse, ti rispondeva
con un sospiro che Testaccio era molto bella, ma il
fascino di piazza Vescovio nel dopoguerra era inarrivabile.

Una sera, facendo aperitivo, Manlio aveva conosciuto
questa ragazza molto più giovane di lui, sui venticinque
anni, studentessa al DASS della Sapienza con il sogno di
aprire una galleria d’arte a piazza Santiago del Cile o piazza
Euclide. La vita di Lavy, proveniente da una famiglia
ricchissima e cresciuta fra corso Trieste, viale Gorizia e via
Nomentana, era fatta di cinema d’essai e aperitivi a Monti.

Appassionata di Fellini e dipendente dal Barolo, organizzava
mostre di fotografia e arte contemporanea in una galleria
che la pagava cinquanta euro a vernissage. Alta fino a un
metro e ottanta con i tacchi, aveva lunghi capelli lisci castani
e una seconda di reggiseno che spacciava per una terza.
Era quello che la scienza definisce una fica incredibile.
Lui sapeva benissimo che Lavy c’era stata solo perché
aveva riconosciuto il vincitore di “Tamarreide”, ed era altrettanto
cosciente che sarebbe scappata a gambe levate se
lui non le avesse assicurato che i soldi e la fama c’erano ancora.
Per questo le aveva raccontato che faceva l’autore per
un nuovo reality show sul body building.

«Bello! E quando va in onda?»
«A breve.»
E che aveva ottenuto un ruolo da protagonista nella nuova
serie di Stefano Sollima.
«Chi?»
«Quello de Romanzo criminale.»
Fu sufficiente a farsi portare a scopare nell’appartamento
a Coppedè della zia, che era morta da due anni senza mettere
al mondo eredi e l’aveva lasciato ai genitori di Lavy,
che ce l’avevano piazzata. La mattina lo trascinava a fare
colazione a via Benaco o a piazza Verbano. Amava la dolce
vita, e a Manlio piaceva farsi vedere un po’ in giro con
una come lei.

Lavy sfoderava sorrisi su sorrisi, faceva le vocine, era
egocentrica e le dava fastidio essere contraddetta, specie
sulla storia dell’arte: una volta aveva litigato con una sua
amica, lanciandole in faccia un cornetto, solo perché quella
sosteneva che Renoir fosse un impressionista mentre
lei diceva che era un espressionista. Le robe culturali che
lo portava a vedere lo annoiavano a morte, e lei gli aveva
messo il muso per settimane quando, davanti a un quadro
realizzato da un suo ex, Manlio le aveva detto che conosceva
un carrozziere di Talenti che faceva composizioni molto
più belle vomitando.

Ma in fondo era qualcosa di diverso rispetto alle solite
bagasce con la gomma in bocca che si rimorchiava, e questo
gli bastava a volerle un po’ di bene.

Claudio Delicato è nato a Roma sud nel 1983. Dal 2005 scrive su ciclofrenia.it con lo pseudonimo di Mr. Tambourine e su “Wired” e “Just Kids” con il suo nome reale. Operatore umanitario per l’Onu, ha lavorato in Mali durante la crisi del Sahel e il colpo di Stato del 2012, e in Ghana durante l’emergenza Ebola del 2014. Suona la batteria.