Piazza Vittorio e Amara Lakhous

Le antologie su Roma, per solito, mirano a ricostruire una narrazione della città. La cui complessità spesso offre una varietà di sguardi naturale. Mai come nel caso di questa nuova raccolta che esce per la Bordeaux il caleidoscopio cerca completezza. Pur nell’accettazione di una inesauribilità. “Rome. Nome plurale di città” a cura di Giorgio de Finis e Fabio Benincasa non si accontenta, a dispetto del titolo, di offrire questa sola pluralità come numero ma come varietà. Lo fa mischiando competenze e visioni. Valerio Magrelli o Mario Perniola, Edoardo Albinati o Tomaso Montanari, Pablo Echaurren o Igiaba Scego, Francesco Careri o Massimo Lugli: le 392 pagine di questo volume offrono una grande ricchezza di voci. Abbiamo estratto dal grande vassoio di questa pluralità il racconto “A piazza Vittorio ho vissuto il futuro dell’Italia” di Amara Lakhous. Ringraziamo autore ed editore per avercene concesso il diritto, per così dire, di replica.




A piazza Vittorio ho vissuto il futuro dell’Italia
di Amara Lakhous

Conosco molto bene Roma, anche se non ci vivo più e in realtà
non vivo più neppure in Italia da qualche anno. A Roma
ho vissuto a lungo, per quindici anni. Sedici, includendo un
anno in cui ho abitato a Bracciano facendo il pendolare con
Roma tre volte alla settimana. Nella città ho ambientato due
miei romanzi, uno nella zona di piazza Vittorio e un altro in
quella di viale Marconi.

Sono arrivato a Roma nel 1995 e sono stato testimone del
cambiamento che anno dopo anno ha trasformato la città, i
suoi luoghi, i rapporti fra gli abitanti. La Stazione Termini,
per esempio, a quei tempi era il luogo d’incontro dei somali.

Dopo la caduta di Siad Barre e a causa della guerra civile
erano arrivati molti rifugiati che si incontravano là. Pochi
anni dopo sarebbero stati sostituiti dai peruviani, e infatti
nel mio romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza
Vittorio, uno dei protagonisti è una donna peruviana che
va a trovare i suoi connazionali a Termini. Ancora qualche
anno e invece sarebbe stato il turno delle donne ucraine. Gli
spazi vengono trasformati dalle persone.

Vi sarete accorti che i mercati di Roma, negli anni, hanno
seguito lo stesso processo di cambiamento. Piazza Vittorio
ha sempre avuto un mercato multietnico, ma negli ultimi
anni i commercianti bengalesi sono apparsi dappertutto, anche
nel centro storico, come a Campo de’ Fiori.




Questa continuo ciclo di trasformazione dei luoghi e delle
storie personali è una caratteristica della città che mi ha
sempre affascinato come scrittore. Il quartiere di Centocelle
è un caso tipico. Negli anni Sessanta ospitava immigrati pugliesi
e calabresi, dagli anni Novanta in poi invece ha accolto
immigrati dal Marocco, dal Pakistan, dal Bangladesh. Spesso
si ignora che la migrazione interna ha preceduto quella
esterna nel dare un volto a certe aree della città.

Quando qualche anno fa ho lasciato Roma per trasferirmi
a Torino, forse ho avuto occasione di osservare ancora
meglio la città dall’esterno. In effetti la fortuna di uno scrittore
è che viene invitato dappertutto e finisce per frequentare
ambienti diversi, elaborando una visione speciale della realtà.

Ho avuto l’occasione di viaggiare, di conoscere aspetti
molto diversi in tutta Italia, esperienza che spesso è preclusa
agli italiani stessi. Alla fine ho capito che ci sono numerosi
punti in comune tra e nel modo in cui le varie città italiane si
relazionano alle comunità immigrate.

Il fattore unificante è quello della legge e della burocrazia.
La legge sull’immigrazione è la base dei problemi degli
immigrati a Roma, a Milano, a Catania. Leggi e regolamenti
tendono a mantenere la distanza fra le persone e le comunità,
mentre la vita quotidiana, la conoscenza diretta, la comunicazione
contribuiscono a ridurre questa distanza e a far
cadere i reciproci pregiudizi.

Il primo anno che abitavo a Roma conobbi un giovane studente
di filosofia al terzo anno, si chiamava Luca. Mi spiegò
che aveva dei problemi a studiare Martin Heidegger. Ad Algeri
mi sono laureato in filosofia e conoscevo bene il pensiero
di Heidegger, perciò cominciai ad aiutarlo nello studio. Luca
fin dall’inizio mi si era presentato come “un fascista” e sosteneva
delle idee di un nazionalismo estremo, ma questo non
mi respingeva, anzi mi incuriosiva, mi interessava molto capire
come ragionava. Un giorno, parlando degli immigrati, mi disse
che bisognava cacciarli tutti via dall’Italia. Ovviamente gli dissi:

– Luca, ma ti rendi conto che anche io sono un immigrato?
– Ma che cosa c’entri tu? – mi rispose. – Tu sei mio amico
e anche quando ci sarà lo stato fascista nessuno oserà toccarti,
perché sei amico mio.




Al di là della burocrazia è solo la conoscenza diretta che
ci permette di superare i pregiudizi e arrivare a un contatto
umano. Questo è quello che avviene giorno per giorno nella
vita della città. Pensate alle badanti straniere che vivono e
lavorano in Italia. Nel paese ci sono un milione di badanti e
a queste donne immigrate gli italiani affidano le persone più
care: i genitori anziani, i figli piccoli, i parenti malati. Lo fanno
con grandissima fiducia. Con altrettanta fiducia lasciano
le chiavi dei loro appartamenti nelle mani delle persone che
fanno pulizia a casa. Quando si arriva alla conoscenza diretta
il livello di fiducia diventa altissimo: ecco il paradosso fra
i comportamenti pubblici e quelli privati.

I media descrivono spesso gli immigrati come invasori, i
rom come criminali, orientando il dibattito pubblico. Certo
le diversità che tutti devono affrontare sono profonde,
la cultura e la religione hanno sempre il loro peso, eppure
sono problemi superabili. Dal punto di vista della mia esperienza
non credo che Roma sia un caso speciale in Italia. Le
dinamiche fra italiani e immigrati sono le stesse di Torino, di
Milano, di Napoli.

Insieme alla conoscenza diretta un fattore della convivenza
civile che è molto importante e che mi è molto caro è la
lingua. Negli anni Sessanta, uno slogan della riforma agraria
in Algeria proclamava: “La terra è di chi la lavora”. Quella
rivoluzione è fallita, ma lo slogan è ancora valido, solo che lo
trasformerei in “La lingua appartiene a chi la parla”. Così è
l’italiano per gli immigrati. L’italiano mi appartiene, ho sudato
per impararlo mentre ero un rifugiato. Il permesso di
soggiorno che mi era stato concesso era soltanto un pezzo di
carta, ma la vera conquista è stata la lingua che ho imparato
parlando con la gente, studiando nella Biblioteca Nazionale.

Spesso una lingua diventa un elemento che contraddistingue
un’appartenenza nazionale o religiosa, ma in fondo
la lingua non è un territorio, nella lingua c’è la democrazia.
Non si può vivere in più di un territorio per volta, non si può
essere cristiano e anche musulmano, ma si possono parlare
tante lingue. Io scrivo in arabo e in italiano, in questo ritrovo
la libertà e una scelta compiuta per amore.




Per questo nella mia esperienza Roma non è un caso particolare.
Ho vissuto a viale Marconi per anni, lì ho ambientato
Divorzio all’islamica a viale Marconi. A Torino sono andato
ad abitare nel quartiere multietnico di San Salvario, un
altro luogo che, come Centocelle, nel dopoguerra era abitato
da immigrati meridionali, ora sostituiti da persone provenienti
da tutto il mondo. È il processo che gli americani chiamano
“gentrification”. A Berlino è successo a Kreutzberg,
un quartiere che era abitato solo da immigrati turchi e ora è
diventato molto chic, a New York sta succedendo ad Harlem,
che un tempo era un ghetto esclusivamente per afroamericani
che fra non molto saranno costretti ad andare da
qualche altra parte.

Dappertutto ho visto manifestarsi gli
stessi fenomeni economici e sociali. Qualche volta un grande
evento come il Giubileo del 2000 a Roma, contribuisce
ad affrettare i cambiamenti, ma la storia è sempre la stessa:
gli affitti che salgono, i prezzi che diventano spaventosi, gli
immigrati che vengono sostituiti da altre persone.

Quello che probabilmente contraddistingue Roma è la
narrazione che ne fanno i media, spesso sbagliata e indifferente
alla presenza degli immigrati. Un esempio famoso
a livello internazionale è un film che non mi è piaciuto per
niente: La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Questa è una
Roma buona per venderla ai turisti, una narrazione totalmente
esotica, non solo per le ambientazioni spettacolari,
ma anche per i personaggi.

Sorrentino ha messo in scena una
dolce vita che non esiste, affidando il racconto a figure trattate
superficialmente sul piano umano. La vera città invece
è quella che ho cercato di raccontare io nei miei romanzi. I
veri protagonisti di Roma sono quelli che vivono nelle strade,
gli immigrati che vengono a lavorarci.

A piazza Vittorio io ho vissuto il futuro dell’Italia ed è un
futuro multietnico. Nel bene e nel male in questo processo
ognuno porterà qualcosa di nuovo, come succede nell’Orchestra
di Piazza Vittorio, dove si mescolano in armonia
suoni e strumenti provenienti da tutte le parti del mondo.
Molti italiani non sono neppure capaci di immaginarla, ma
questa è la grande sfida alla quale occorre essere preparati.
Per arrivare a vincerla sarà necessario superare le chiusure
da entrambe le parti.




Gli italiani dovranno accettare il
fatto che il paese sta cambiando e che le leggi imposte sulla
cittadinanza, sull’immigrazione, sul permesso di soggiorno
sono pessime. Gli immigrati dovranno accettare di allargare
la loro identità, rinunciando a un atteggiamento di chiusura.
Il mio augurio è che alla fine vinca il buonsenso e che
Roma e le altre città italiane accettino di diventare sempre
più multiculturali, tramite la conoscenza reciproca, la comunicazione,
il dialogo e soprattutto la curiosità.

Amara Lakhous è nato ad Algeri nel 1970. Arrivato in Italia nel 1995, dopo pochi anni adotta l’italiano come lingua di scrittura, diventando una delle voci più originali del panorama letterario italiano. Con le Edizioni E/O ha pubblicato Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, Divorzio all’islamica a viale Marconi, Un pirata piccolo piccolo e Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario.