Schermi oltre gli sche(r)mi

Schermi oltre gli sche(r)mi. Ovvero come cambia lo spettatore, come cambiano le sale.

Metti il costume che ti porto al cinema
Luoghi e abitudini dello spettatore moderno

Gli occhioni lucidi di Amélie Poulain immersa nel suo Favoloso mondo ma seduta nella prima fila del Cinéma Studio 28 di Montmatre, quelli altrettanto grandi ma più chiari di Emma Stone in La La Land mentre guarda Gioventù bruciata al Rialto di Los Angeles o gli occhi piccoli e scuri di Salvatore, detto Totò, che con la bocca aperta smania per tutti quei baci censurati e mai passati nelle sale del Nuovo Cinema Paradiso; tutti ugualmente imbambolati a guardare uno schermo che noi non vediamo e di cui ci arriva appena la luce riflessa sui loro volti, come uno spettacolo nello spettacolo.

Quante volte il cinema ha parlato di se stesso, della sala in cui si consuma quel rito quasi religioso che vede un gruppo di persone ritrovarsi la domenica o il giorno di Natale in una grande sala in penombra, sedute in silenzio ad ascoltare e condividere una storia manco fossero in chiesa.




E già perché il luogo conta, lo diceva pure Roland Barthes: «non posso mai, parlando di cinema, impedirmi di pensare sala, più che film»; conta il dove e il come e mai come oggi contenitore e contenuto hanno raggiunto la stessa importanza. Così se la pellicola non è un capolavoro ci pensa la sala a compensare e viceversa, anzi per restare nella metafora religiosa, se l’omelia non è proprio avvincente si possono sempre guardare gli affreschi dei santi.

In Italia dall’inizio del nuovo millennio un esercito di circa mille sale ̶ stando all’ultimo rapporto ANEC di quasi un anno fa ̶ ha chiuso i battenti mentre nel resto del pianeta ce n’è uno più discreto e silenzioso che inaugura e si trasforma ma non rientra in nessun censimento, perché in comune con i cinema che conosciamo ormai ha a malapena lo schermo. Si tratta delle nuove sale cinematografiche termali, ospedaliere o itineranti dove alla visione del film si affiancano nuove attività il cui unico scopo dovrebbe essere quello di rendere l’esperienza sensoriale decisamente più intensa e moderna. Nel mondo si moltiplicano questi spazi contaminati, santuari dell’expanded cinema in cui assistere seduti mangiando semplicemente pop-corn è una banalità non più tollerata.

A New York c’è il Nitehawk Cinema, una piccola sala nel cuore del gentrificato quartiere di Williamsburg dove dopo aver deciso che film guardare, bisogna scegliere anche cosa mangiare. Le poltrone fanno tutt’uno con dei microscopici tavoli in fòrmica su cui viene servita la cena gourmet; ci sono anche una lampada e dei quaderni su cui scrivere l’ordinazione. Per vedere il film bisogna sporgersi su un lato ogni volta che la maschera serve uno spettatore, come quando a cena la mamma passava davanti alla tv, anche se qui a nessuno sembra dare fastidio.

Sempre in America ma a Los Angeles, qualcuno ha pensato bene di allestire un’arena nel cimitero degli studios, il Cinespia, e così con una coperta sulle gambe e la schiena appoggiata alla lapide di John Huston, si può tranquillamente assistere a una seconda visione per soli 25 dollari.

Bisogna invece portarsi qualche compressa di Valontan contro il mal di mare se si vuole salire a bordo del Péniche Cinema, un battello ancorato nel canale parigino di Ourcq che offre una tra le più interessanti programmazioni della città.

Quanto a intrattenimento galleggiante e altre stranezze cinematografiche l’Italia non è da meno: ad Anguillara, piccolo borgo sul lago di Bracciano, da oltre cinquant’anni il cinema Palma se ne sta sul pelo dell’acqua, gestito dal suo esercente-benzinaio che si divide tra la cabina di proiezione e la pompa di fronte.

Le porte antipanico affacciano direttamente sul lago come se qualcuno l’avesse appena ormeggiato lì. Insomma i normali gesti che per anni si sono fatti andando al cinema stanno cambiando, e se ci abitueremo all’uso di coltello e forchetta tra una scena e l’altra o al salvagente prima di accomodarci sulla nostra poltrona, che dire della cintura di sicurezza?

Lungo le vie di Francia e Italia si può consumare un film sul sedile posteriore di una Citroën 2CV o di un’Alfa senza infrangere nessun codice della strada, e così l’espressione guardare in macchina assumerà tutto un altro significato mentre la quotidianità entrerà nelle sale stravolgendole.

Qualcuno rimboccherà le coperte agli spettatori del cinema Hart di Napoli, semi addormentati nei letti della sala Ambasciatori mentre per accedere alla sala proiezioni del Policlinico Gemelli di Roma, ai pazienti basterà il ticket della mutua; a Milano al posto del centralissimo cinema President ̶ a detta di molti il più comodo della città ̶ è stato da poco inaugurato un mobilificio di lusso mantenendo però quasi del tutto inalterata l’architettura originale.

In quella che era la biglietteria oggi c’è un comò, nella ex galleria ormai solo divani in pelle e tavolini scandinavi; tra i vari allestimenti ce n’è uno in cui hanno riprodotto una piccola sala cinematografica ad uso esclusivamente domestico anche se chi gestisce l’attività commerciale ha deciso di organizzare delle proiezioni pubbliche. Così tra una cassettiera e una credenza gli avventori si ritrovano di nuovo al cinema.

Gli innesti nel mondo dell’intrattenimento però non sempre funzionano. Avrebbero dovuto portarsi delle borracce gli spettatori paganti de La Tête dans Les Etoiles, se questo cinema nel bel mezzo del deserto del Sinai fosse riuscito ad aprire almeno per un giorno. E dire che era tutto pronto: 150 scomodi seggiolini di legno inchiodati nella sabbia e la vela bianca di una barca su cui proiettare.

Ma agli abitanti del posto non deve essere piaciuto il progetto, al punto che hanno preferito sabotarlo e poi abbandonarlo, finché il deserto non si è preso tutto. Qualcosa non deve aver funzionato bene neanche nell’incrocio pericoloso che ha messo insieme le antiche Terme dei Papi di Viterbo con la loro l’arena liquida.




In queste acque cantate pure da Dante nella sua Commedia, fino a qualche tempo fa si poteva vedere un film standosene a mollo tra i vapori solforosi, bastava indossare cuffia e costume da bagno; ma alla lunga l’umidità e altre cause devono aver fatto desistere gli spettatori facendo fallire l’esperimento. Provate voi a vedere Lo Squalo di Spielberg con l’angoscia continua che una pinna possa emergere dalla piscina fumante.

Piuttosto che chiudere, le sale si adattano e si evolvono, al limite si reinventano, e con loro pure le nostre abitudini. Così la prossima volta anziché il prevedibile primo piano di Amélie seduta in platea, di Mia e del giovane Totò, presumibilmente vedremo quello illuminato di un’anziana signora in lettiga con la flebo al braccio, di un ragazzo che guarda Il gladiatore su un letto a due piazze in mezzo ad altre cento persone in pigiama o di un pensionato con su la cuffia della Speedo, fortemente combattuto sull’essere spettatore piuttosto che bagnante.