Soutine muore

La morte del pittore Chaïm Soutine a Parigi in un romanzo di Ralph Dutli. “L’ultimo viaggio di Soutine” esce per la Voland dopo il successo tedesco.


La casa editrice romana Voland non smentisce il suo amore per la Russia scegliendo un libro di uno scrittore sì svizzero ma dedicato e incentrato sulla figura (morente) di Chaïm Soutine (Smiloviči, 13 gennaio 1893 – Parigi, 9 agosto 1943), pittore russo emigrato e morto in Francia.

Proprio alla fine di questo talento espressionista – ma di lui non può essere negato il forte impianto naturalista, verista, la ricerca di una continua tassonomia visiva che campiona i mestieri per ritratti – è ispirato “L’ultimo viaggio di Soutine” (tradotto da Chiara Caradonna e Flavia Pantanella). Siamo nell’estate del 1943 e in preda a un consueto ma aggravato attacco di ulcera gastrica il pittore cerca scampo a Parigi dove dovrà essere operato d’urgenza, celato dentro un carro funebre per sfuggire ai nazisti.

Nel romanzo si alternano toni visionari – quelli del pittore in preda alla morfina – e ricostruzione storica tra la violenza dei villaggi russi e del mondo ebraico nell’infanzia e la Montparnasse in cui ha costruito la sua fortuna, quella dei pittori parigini. O naturalizzati tali come Modigliani con cui Soutine intrattenne una profonda amicizia.

Questo viaggio della speranza, che si candida a essere non secondo a quello di Tolstoj verso Astapovo, offre il pretesto per la scrittura di una romanzo incalzante senza mancare per finzione la biografia complessa e squarciata dalla follia autolesionista dei gesti e dei gesti pittorici di Soutine. Vi offriamo un breve estratto iniziale.

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CHINON, 6 AGOSTO 1943

I due uomini chiudono le ali nere della portiera sul retro con un movimento brusco. Uno schiocco acuto che ricorda quello di un’arma, uno scatto secco nella serratura in attesa. Una scossa percorre l’automobile, le colombe sussultano e in preda al panico si alzano in volo sopra il tetto dell’ospedale, verso l’azzurro.

È come se una breve risata s’insinuasse nel catafalco nero. Probabilmente appartiene al più anziano; il ragazzo con la sciarpa intorno al collo, che come il paese occupato ha preso freddo in pieno agosto, non si sarebbe mai permesso. No, il pittore avrà sentito male. Non poteva trattarsi di una risata. Il primo giorno di lavoro il capo raccomanda ai dipendenti che nel loro mestiere non si scherza sui morti: dignità silenziosa e sobria pietà sono le parole d’ordine. Lo si deve a coloro che restano e alla buona reputazione della ditta. Eppure quel magnifico giorno di agosto tutto è diverso.

L’uomo che devono portare a Parigi con il carro funebre, una Citroën nera modello Corbillard, è un morto vivente. L’automobile ha già scortato molte salme all’ultima dimora, vecchie e giovani. È il loro grosso animale silenzioso, che custodiscono con cura. Dopo ogni utilizzo va pulito con la spugna e sfregato con la pelle di daino.

A controllare è il capo in persona, ed è impietoso. Un carro funebre sporco è inconcepibile, la ditta tiene molto alla pulizia più accurata, anche in tempo di guerra. Gli autisti non hanno mai trasportato un cadavere vivo prima d’ora. Pare che sia un pittore, un medico lo ha accennato di sfuggita in corridoio.

Devono portarlo a Parigi per l’operazione, non si può fare altrimenti, è il volere degli angeli. Ma come farsi beffe degli occupanti, del gigantesco occhio corazzato che vuole sorvegliare ogni passo? Un breve suono metallico, come se la portiera scoppiasse in una risata dolorosa, strozzata. Come lo scatto di un’arma. L’odore dei tigli stordisce. Ci sono tigli vicino alla clinica? Forse è solo l’acido fenico che il pittore si porta addosso sul camicione stropicciato, l’aroma dell’operazione.




Il pittore mormora tra sé e sé, sembra rivolgersi a qualcuno, sulle sue labbra ronzano parole di supplica, ma i due becchini non lo capiscono, parla troppo piano, e i suoni della sua lingua sono loro sconosciuti.

Venite dalla società di sepoltura… avete portato il sargenes…
Chevra Kadisha… bisogna sbattere un uovo nell’acqua… il nuovo
cadavere va lavato con la vita… se non è troppo tardi… viene
da solo… non dimenticare l’uovo… va messo nell’acqua… l’uovo
fiorisce nell’acqua…

I due becchini si guardano con aria interrogativa e lo fanno scivolare sulla barella di metallo nella pancia del carro funebre. È il 6 agosto 1943. È estate e c’è la guerra. È un paese occupato, quello. Sanno cosa accadrebbe se capitassero tra le grinfie degli occupanti. I due becchini, l’anziano robusto e il ragazzo con la tosse, potevano essere membri della Resistenza sotto mentite spoglie, sabotatori che trasportavano la loro attrezzatura dentro il carro funebre. In un attimo raggiungono il terrapieno della ferrovia, eccoli sui fasci delle rotaie, un paio di manovre esperte e i binari volano in cielo.