La Roma di Alessandro Piperno

Questa recensione dei luoghi romani del libro di Alessandro Piperno (“Dove la storia finisce”, Mondadori) è uscita su “Il Messaggero” un po’ di giorni or sono.



I quartieri romani di “Dove la storia finisce” di Alessandro Piperno sono, nell’ordine: Monteverde, il ghetto, appena sfiorati Magliana e Testaccio, poi Roma Nord, e con una conclusione – a proposito di radici e identità territoriale – spaesante.

Quando il 56enne Matteo Zevi torna a Roma dalla California, dopo 16 anni di fuga all’estero per debiti, pensa subito – dall’aereo – che “si tende a dimenticare che Roma è una città di mare”. Entrando in città incontra l’amico Tati (i loro padri avevano il posto vicino in sinagoga e formavano una coppia di doppio alla canottieri Lazio) alla latteria di via Poerio, a Monteverde Vecchio, dove si davano appuntamento prima di andare a scuola e dove violavano il digiuno del kippur con un sandwich all’insalata di pollo. Poi ritrova il gusto di bighellonare per la città, che gli appare quasi sopravvissuta a una guerra (voragini, cumuli di masserizie, bus in panne) con gli occhi di un forestiero.

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Qui ha una rivelazione, che potrebbe evocare il film di Sorrentino, anche se a ben vedere ne rovescia l’assunto: a Roma la grande bellezza è ovunque inseparabile dallo squallore! Ma questo ne fa la magnetica vitalità, contrariamente agli asettici quartieri di Los Angeles: “tutto era smagliante e imperfetto come le cose vive, come le persone, come i germi”. Dentro meravigliosa promiscuità di Roma vede rispecchiata la propria promiscuità: Matteo continua infatti la galleria (politicamente incorrect) di ebrei descritti da Piperno: affascinanti cialtroni, specialisti nell’arte di arrangiarsi, spregiudicati e sentimentali,indolenti e votati al fallimento, sognatori e irresponsabili egoisti.




Alla figlia Martina il padre ritrovato, Matteo, confessa il piacere di riandare in “Piazza”, ossia in quel dedalo di viuzze ammassate intorno a Portico d’Ottavia, vicino alla Sinagoga, tra i cornetti di Boccione e un caffè da Toto. Dopo alcune tappe veloci – alla Magliana, dove Martina compie una delle sue disperate e autodistruttive escursioni notturne, piena di alcol, e alla Tazza d’oro per gustare un caffè (senza panna) – ci imbattiamo finalmente in Roma Nord, dove abita la famiglia del marito di Martina, tipici esemplari della nuova borghesia, edonista e corrotta (ma non “innocente”, come Matteo), sguaiata ma con velleità culturali (e con villa a Sabaudia).

Ci si trova “in una delle zone borghesi a nord della città cresciute negli anni Cinquanta intorno a un gran parco. Marciapiedi stretti, assediati da Suv, minicar e scooter; villini liberty si alternavano a caseggiati dalle ampie portinerie perlopiù disabitate…”. Non è semplice identificare questa zona. Di che parco si tratta? Forse di Villa Ada? O di Villa Glori? D’altra parte Roma Nord è molto più di un quartiere: è una sineddoche (la parte per il tutto), un tic, una particolare pronuncia, un luogo dell’anima (o della perdita dell’anima), e in questo senso non ha veri confini fisici. Giorgio, il figlio di Matteo, ha aperto un ristorante alla moda, l’Orient Express, dove nel finale avviene una strage tipo Bataclan, raccontata da Piperno quasi lateralmente, e con estremo pudore.




E dove si dice che per un momento quel luogo torna essere il mattatoio che era 20 anni prima. Dunque si pensa a Testaccio. Eppure anche qui c’è un riferimento alla parte settentrionale della città, quando ci si sofferma sulla metamorfosi della clientela: “le bionde, adorabili, rassicuranti famiglie di Roma nord erano state soppiantate da un demi-monde malavitoso coi tricipiti in rilievo, fichette d’ordinanza e grandi plateau di crudi”. Il Romanzo Criminale si insinua così nelle pieghe dei nuovi ricchi, mentre resiste soltanto una “burocrazia di grand commis, amministratori delegati, direttori di rete, tanto venerabili quanto inamovibili”.

E il cazzeggio si mescola all’esibizione di consumi culturali chic:”… ami il cinema turco, i manga, i libri di Foster Wallace…”. Nel finale Giorgio, dopo la strage terroristica nel suo locale, decide di trasferirsi con la famiglia in Israele, pur percependolo come un luogo ostile, perché non sa dove altro poter andare. Piperno suggerisce una riflessione sulla nostra stessa identità, sempre nomade, in transito, e perlopiù immaginaria. Per molti di noi oggi ci si può sentire di casa a New York o a Parigi. Le nostre radici possono benissimo essere decentrate, extraterritoriali, anche se Roma Nord o Roma Sud continuiamo a portarcele dentro, e insomma la nostra odiosamata città, con quel mix unico, vitalissimo di grande bellezza e squallore.