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    Cullami Lucio Sestio

    La metro A la culla, il giovane fidanzatino con la guida della città la sorregge. Il sonno è quello dei bambini. Abbandonato, con il collo piegato, secondo la legge della gravità. Nella faccia del ragazzo è dipinto il terrore. Forse della fermata giusta a cui scendere, forse dei pickpockets tanto paventati dagli adesivi e dai cartoon del circuito chiuso lassù in alto. Salgono ad Anagnina, a Lucio Sestio il crollo e poi fino a Termini e forse oltre.




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    O lui o lei

    Roma è piena di targhe e pure sembrano sempre poche quelle che ci sono. Delle molte che mancano il posto maggiore nel racconto dell’assenza tocca quasi sempre ai Grandi o a quelli che Grandi in vita non sono stati. Non abbastanza almeno da avere la posa della pietra. Eppure delle volte è la mancanza delle targhe alle persone comuni che dispiace. Come questo tributo personale a un amore. Forse finito. Forse no. Di certo qualcuno o qualcuna ha voluto epigrafarlo così. Rischiando che divenisse in breve già obsoleto o cancellato dalla pioggia.




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    Sandro

    Il marmoraro era il lavoro jolly. Doveva saper fare tutto. Prima c’erano tanti mestieri intorno al marmo: sbozzatori, lucidatori… Ognuno aveva la sua importanza, il suo ruolo unico. Nel marmo c’è tutto e tutto nasce dallo sguardo. Capire le venature, conoscerlo. Sono cose che impari guardando. E facendo. Io ho seguito mio padre. Ho abbandonato anche una laurea in architettura per questa bottega e non mi sono pentito. Ora scusa ma devo mettere a cucinare le salsicce nel camino che aspetto amici a pranzo.




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    Bernard

    Mi chiamo Bernard, sono polacco, vivo in Italia da tantissimi anni. Mi piace molto. Certo che mi fa piacere se mi fotografi. Grazie. Non posso fermarmi. Ci parliamo un’altra volta.




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    Il caldarrostaro

    Non vuole dire il suo nome. Non vuole dire il paese da cui viene ma è in Abruzzo. La provincia, a furia di insistere, finisce per dirla: è Chieti. Tutto il resto è sì e no. No e sì. “Non è che metti la foto su quel coso lì… Internet?” Non vuole essere riconosciuto. Lo tranquillizziamo. Fotografiamo solo le mani. Quelle che girano le castagne sul fuoco come in un modo di dire che però non sembra bruciargli.




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    Paolo

    “Anni fa ho pensato a questa barbieria come si usava una volta e le ho dato il nome del dopobarba che da sempre ha detto alle mogli che il loro uomo era stato a radersi o ad aggiustare i capelli. Non era ancora tutto questo fiorire di barber shop. L’ho pensata come una casa. La gente viene qui e sta in questa atmosfera vintage. C’è un piano e si fanno vere e proprie jam session. Ora voglio costruire un piccolo palco qui all’angolo con un solo occhio di bue e fare musica la mia vera passione ed ex professione”.