Suso Cecchi D’Amico

Suso Cecchi D’Amico sta alla sceneggiatura italiana come Visconti, Antonioni o Fellini stanno alla regia cinematografica del nostro Paese. Nomi che talvolta si sono diversamente intrecciati con esiti da capolavoro. La scopriamo attraverso un epistolario famigliare.





Di Giovanna Cecchi (è la figlia del grande scrittore e critico Emilio) D’Amico, detta “Suso” (Roma, 21 luglio 1914 – Roma, 31 luglio 2010), si potrebbero scrivere tante cose. Sempre rischiando di mancare per esaurimento dei temi riguardanti il suo ruolo aurorale di sceneggiatrice italiana – nonostante la ricchezza offerta dalle collaborazioni (120 progetti circa di script) con colleghi di penna e di macchina da presa – o per inesauribilità della vasta cultura dentro cui si esprime e che esprime attraverso il suo lavoro.

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L’epistolario con il marito – pubblicato da Bompiani con il titolo “Suso a Lele. Lettere (Dicembre 1945-Marzo 1947)” – offre una soluzione non scontata. La meravigliosa intimità che attraversa le missive scritte verso la fine del 1945 quando al marito, il musicologo Lele d’Amico – figlio del critico teatrale Silvio – fu diagnosticata una grave forma di tubercolosi che lo costrinse al ricovero in una clinica svizzera, dove avrebbe trascorso sedici mesi, ci regala una via inconsuetamente affettuosa anche se operosa. Suso rimase sola con due figli piccoli offrendo alla carta – carta assorbente, carta rimediata, carta sceneggiata – i suoi pensieri per il marito e i resoconti della vita attiva.




Le lettere partono a ripetizione quasi fossero mail. Arrivano e ripartono di nuovo, in una corrispondenza sentimentale non priva di delicatezza alternata alla grande vicenda – una saga quasi – dell’intellighenzia romana alle prese con le opere e i giorni. Della sceneggiatrice impegnata a sopravvivere con lavoretti precari prima di trovare un insospettato successo cinematografico: le lettere sono in qualche modo un romanzo di formazione di queste manovre di avvicinamento al successo.

Le lettere vanno e vengono. E sono attese. “A più tardi. Vanno a S. Silvestro e preferisco dare da impostare là”. Il mondo delle poste centrali romane, il server di tutte le missive era là. Da lì saluti, tenerezze e il racconto delle beghe legate alla scrittura del cinema di cui la Suso Cecchi D’Amico rimarrà dopo questo avvio di carriera un ago della bilancia molto accreditato in anni di collaborazioni felici e feconde. A quel provider affidava la sua amorevolezza per il marito lontano e malato a cui mandare i “Baci tanti tanti”. In attesa del “via libera telefonico”.
Lei sola a scaldarsi nel letto con i bambini, un esempio di termodinamica famigliare. D’altronde di sé dice: “Hai una moglie maestra nel trovare magnifico il contentarsi”.

La vita è dura ma l’allegria ne contagia l’epica, sentimental-dialettale: “E sto qui uggita. Tempo grigio, freddino, Ponci, ponci caro cerchiamo di consolarci al grido di evviva Battista. Ora non c’è più lo sfruttamento del tubo per le scale. Dice che è proibito dall’Acqua Marcia. Così bisogna andarla a prendere per strada. L’ascensore non funziona perché non c’è luce”. Anche quando la penna non inchiostra e la sceneggiatrice chiude in due righe. O laconica ma affettuosa rimanda: “A domani la relazione aneddotica. E a stasera tutto il bene e l’abbraccio della moglie. Tua S.”.

C’è persino una teoria delle donne, una lente d’ingrandimento per nulla tenera: “Ho formulato tutta una teoria sulle donne e quel che debbono fare e come devono essere che giudico definitiva e alla quale cercherò di attenermi. Il primo di tutto è la necessità per una donna di essere civetta. Civetta con gli uomini, col lavoro, con tutto quello che fa e con cui ha contatto. Il lavoro fatto da una donna senza metterci civetteria non vale un fico secco; è inutile che ci si sprema. L’uomo fa una cosa per la cosa la donna per gli altri. In tutti i campi”.




Si alternano le case. Quella dei genitori a Corso d’Italia a rischio (poi rientrato) di sfratto, quella di via Nazionale. Quella al settimo e ultimo piano di via Cantore 17 (in cui è ritratta in copertina in uno scatto del padre Emilio Cecchi) dove, appena sposati, Lele e Suso erano andati ad abitare – come ricorda Masolino D’Amico, il figlio di Suso nell’introduzione –, nell’appartamento dell’amico critico letterario Paolo Milano che si era trasferito negli Stati Uniti in seguito alle leggi razziali. Lo stesso stabile dove vive quello Spartaco Cecconi, allegro portiere di fede comunista. Lì si svolgono molte delle vicende del diario per lettere con l’attigua parrocchia di Cristo Re dove portare i bambini a vedere spettacoli, salvo scoprire con rammarico un retaggio monarchico nel sottotesto degli spettacoli.

Le vicende, di una quotidianità mai scontata per le frequentazioni, portano la Cecchi D’Amico per le case di una Roma intellettuale: da casa Pirandello a casa Craveri, quella della Bucarelli direttrice della GNAM, quella di Ponti. Non mancano soste da Cobianchi, i bagni pubblici vicino Termini, al Morgagni, una bistecca da Cesaretto o una adunata in un ristorante di piazza Navona, in piscina con i bimbi allo stadio Olimpico.
Gl’incontri sempre tanti: Menotti, Cesare Brandi, Nino Rota, Flaiano e Fellini. Soldati e Moravia (che si ammala di morbillo e lei lo appella “l’innocentino, il bimbo dei nostri letterati”), Vigolo, Zavattini, Levi (Carlo), Patti, Bassani e Jovine. Neanche a dirlo, Luchino Visconti. Ma c’è una rubrica che consta di un’enciclopedia delle patrie lettere all’epoca delle missive e ben oltre.

D’altro canto sono lettere, ovvero lo spazio che copre una mancanza a cui trovare soluzione: “Entro la prossima settimana finiamo la prima bozza della sceneggiatura. E ho già il visto svizzero. Tu capisci quali programmi abbia tua moglie per i primi di marzo”. O fine: “Secondo appena appena stai in gamba vieni via e scegli dove vuoi stare qua in montagna al mare a Roma”. O sempre al suo “cinino” (i toscanismi famigliari abbondano) un definitivo proposito: “L’essenziale è di stare insieme”.




Ogni tanto segue un rubricario d’indirizzi a favore delle lettere del marito, i saluti trasmessi. Ed è in questo “servizio” la doppia forza di una donna-madre sola che cresce nella maternità, nel sostegno da lontano al marito, nella professione di autrice, coautrice (coadiuvatrice talvolta) al fianco dei grandi registi. Un ruolo che pare di sponda e si rivela invece centrale. Proprio per questo l’epistolario a Lele appare davvero un breviario di coraggio da cui imparare.